Ritratti
07 Luglio 2026 11:13:00
Un momento dell'intervista al FuoriLuogo (Foto Billi e Muraca)
Da San Damiano d'Asti alla maglia della propria Nazionale, dall'esperienza con i galletti al sogno di vivere gli Europei da protagonista. La carriera dell'astigiano Vasile Mogos è caratterizzata da concetti fondamentali come famiglia, determinazione, resilienza e umiltà. Il “VogliaDì Festival” del FuoriLuogo è stata l'occasione fondamentale per ripercorrere la sua carriera nella rubrica “Pinta Di Sport”.

Vasile, partiamo da un'immagine suggestiva. Ti abbiamo visto trionfare in Romania, vincere campionato e coppa, e calcare i prati degli Europei in Germania. Eppure, qui ad Asti, ti guardano ancora come il ragazzo che correva a perdifiato sulla fascia al “Censin Bosia”. Cosa provi a tornare a casa?
Per me è un onore immenso. Ho sognato momenti così. Sono un nostalgico cronico: prima di dormire spesso cerco su YouTube i vecchi video di quando giocavo qui, i tuoi commenti alle partite. Ricordo tutto dell'anno con mister Civeriati in Serie D. Eravamo una squadra che viaggiava a mille, le tribune erano sempre piene e c'era un entusiasmo contagioso. Ero un ragazzino, ma Asti è il posto dove tutto è cominciato.
A proposito di quel periodo, c'è un aneddoto curioso sul tuo cambio di ruolo. È vero che devi la tua carriera a una sorta di “visione" di Civeriati?
Assolutamente sì! Nascevo come centrocampista, dove mi chiedevano di giocare lo facevo. Ma Civeriati mi spostò a destra e mi disse: “Tu farai carriera lì". Mi paragonò a Beppe Bergomi, che aveva iniziato a metà campo per poi diventare un pilastro della difesa e alzare la Coppa del Mondo.

Tuo padre sembra essere stato il tuo “mental coach" più severo, ma anche il tuo più grande sostenitore. Ci racconti l'episodio della valigia?
Mio padre è stato fondamentale. Veniamo da una famiglia di sette persone e i miei genitori non ci hanno mai fatto mancare nulla, lavorando duramente. Lui è sempre stato in sfida con me. Una volta, ero giovanissimo, tornai a casa con soli cinque minuti di ritardo perché ero rimasto a vedere Juve-Inter in un pub, dato che non avevamo Sky. Il giorno dopo avevo una partita. Trovai le valigie fuori dalla porta: mi disse che non avevo rispetto e che non ero più suo figlio. Solo grazie a mia madre riuscii a rientrare. Ma quel rigore mi ha formato. Se oggi ho questa testa, è merito suo e dei sacrifici che ha fatto, come quando vendette la sua fede nuziale pur di pagarmi i documenti. Quando vedo i miei compagni lamentarsi per un po' di corsa, penso a lui che alle quattro del mattino andava a stendere l'asfalto sotto il sole cocente.
Hai girato tanto in Italia: Ascoli, Crotone, Reggio Emilia, Chievo. Qual è l'esperienza che ti è rimasta più nel cuore?
Forse la stagione al Chievo Verona con Alfredo Aglietti. Era una festa ogni giorno. Aglietti è un “folle" nel senso buono, uno di quegli allenatori per cui ti butteresti nel pozzo. Eravamo a un passo dalla Serie A e veder fallire quella società così prestigiosa mi ha fatto stare male davvero; è lì che ho iniziato a seguire un po' meno il calcio “politico". Non dimentico certo ad Asti mister Paolo Rossi, che fu il primo a credere in me mandandomi in prima squadra, e Remo Turello, il mio secondo papà.

Non dimentico certo ad Asti mister Paolo Rossi, che fu il primo a credere in me mandandomi in prima squadra, e Remo Turello, il mio secondo papà
Poi la scelta della Romania, i titoli vinti e l'emozione dell'Europeo 2024. Com'è stato affrontare i giganti del calcio mondiale?
Vincere il titolo con l'Universita Craiova dopo 35 anni e giocare la Conference League è stato incredibile. Ma l'Europeo... quello è il massimo. Contro l'Olanda mi sembrava di avere davanti Goku quando ho visto Van Dijk, sembrava un supereroe. Poi Simons, De Bruyne, giocatori con un'intelligenza calcistica fuori dal comune. Purtroppo contro l'Olanda sono durato poco, perché Dumfries mi ha letteralmente “ammazzato" con un colpo allo stomaco e alla testa; per un attimo ho avuto paura e ho pensato a mia figlia. Ma l'emozione di quegli ottavi non la dimenticherò mai.
Hai giocato con e contro tantissimi campioni. Se dovessi fare una top 3 dei compagni più forti?
Dico Paulinho, l'ex Livorno: aveva una qualità immensa, poteva vincere le partite da solo. Poi Castrovilli: un fenomeno, quando danzava sul pallone mi ricordava Kakà. E infine cito un “astigiano d'adozione", Moise Kean: quando ha voglia, spacca tutto da solo. Poi è giusto ricordare anche Amedeo Celeste, con la palla faceva cosa voleva. Il mio idolo di sempre resta Ronaldinho: mi sono innamorato del calcio grazie a lui.
C'è un sogno che non hai ancora realizzato? Una maglia che avresti voluto indossare?
Ho sempre sognato la maglia del Torino. C'è stato un momento in cui sembrava fatta, ma poi è cambiato il direttore sportivo e non se ne fece nulla; ammetto di aver “rosicato” un po'. Mi piace la sofferenza del Toro, la vedo più vicina al mio modo di intendere la vita rispetto alla Juve, dove sembra tutto troppo facile perché vincono sempre.

Ora sei tornato in Italia. Cosa riserva il futuro a Vasile Mogos?
Ho scelto di tornare per la famiglia. Stare all'estero è difficile: lasci tua moglie sola con una figlia piccola, ti senti in colpa. Mi hanno chiesto di restare in Romania per i preliminari di Champions, ma a livello calcistico mi sento realizzato e ora la priorità sono loro. Per il post-carriera mi piacerebbe allenare i ragazzini. Non voglio insegnare loro solo la tattica o come fare un cross, ma il valore umano. Oggi il calcio è troppo schiavo degli algoritmi; io voglio trasmettere emozioni, come diceva Messi.
Se non fossi diventato un calciatore, in quale sport ti vedresti bene?
Nella kick boxing.

Ci sarà un “last dance" con la maglia dell'Asti?
Ne parlavo proprio con Remo Turello. Gli ho detto: “Remo, se torni tu, torno anch'io". Mi piacerebbe chiudere in bellezza qui, dove tutto è iniziato, prima di appendere gli scarpini al chiodo. Per ora ho ancora fame, finché la testa e il fisico reggono, voglio continuare a correre.
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