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Sandro Donati ad Asti: «La verità va difesa, anche quando ha un prezzo»

Etica e lotta al doping: dal caso Giovanni Evangelisti alla difesa di Alex Schwazer, per trasparenza e metodi d'allenamento personalizzati

Sandro Donati ad Asti: «La verità nello sport va difesa, anche quando ha un prezzo»

La correttezza sportiva, il doping, la formazione degli allenatori e il valore dell’etica nello sport. Sandro Donati, maestro dello sport ed ex allenatore della Nazionale italiana di atletica leggera, è stato ospite ieri di una “lezione aperta” che lo ha visto dialogare con la professoressa Basso, direttrice del Medical Lab di Asti, e con il giornalista sportivo Davide Chicarella.

Figura simbolo della lotta al doping, Donati ha ripercorso alcune delle vicende più significative della propria carriera, segnata da denunce scomode e da una costante battaglia per la trasparenza nello sport.

L’incontro si è aperto con il ricordo del celebre caso Evangelisti ai Mondiali di atletica di Roma del 1987. Donati ha raccontato come la dirigenza avesse costruito artificialmente una medaglia per il lunghista Giovanni Evangelisti, all’oscuro dell’intera operazione. La misura di 8,37 metri, ha spiegato, era stata inserita nel sistema informatico prima ancora che l’atleta effettuasse il salto.

Ha ricordato come il pubblico, inizialmente sorpreso dalla modesta entità del salto, finì poi per fidarsi del risultato mostrato sul tabellone. Solo grazie ad un filmato della Rai e alla testimonianza di due giovani giudici di gara, Donati riuscì a dimostrare l’irregolarità dell’operazione, ottenendo l’annullamento del risultato: fu la prima volta nella storia dell’atletica mondiale.

La riflessione si è poi spostata sul tema dell’allenamento moderno, argomento al centro del suo ultimo lavoro editoriale.

L’ex tecnico azzurro ha criticato i modelli rigidi di programmazione derivati dalla tradizione sovietica, definendoli "una sorta di copertina di Linus per allenatori insicuri". Al contrario, ha sostenuto la necessità di una preparazione personalizzata e adattata continuamente alle condizioni fisiche ed emotive dell’atleta.

Secondo Donati, l’allenatore deve procedere con una sorta di “guida a vista”, un ruolo attivo che deve coinvolgere anche lo sportivo stesso: «L’atleta è come un pilota di Formula 1 che sa solo guidare veloce, ma quando arriva ai box non dà nessuna informazione ai meccanici.». L’obiettivo, ha spiegato, è trasformare l’atleta nel “secondo allenatore” di se stesso.

Nell’ambito del fenomeno del doping, Donati lo ha analizzato senza mezzi termini. Ha evidenziato come negli anni Settanta e Ottanta molti atleti fossero utilizzati come strumenti inconsapevoli da dirigenti e medici, mentre oggi chi sceglie il doping spesso compie un vero e proprio “calcolo del rischio”.

Uno dei momenti più forti dell’incontro è arrivato con il racconto della vicenda di Alex Schwazer, l’atleta che Donati segue dal 2015. Secondo il tecnico, le accuse che hanno travolto il marciatore sarebbero il risultato di una vendetta maturata dopo le sue denunce contro il sistema internazionale dell’atletica.

Donati ha ricordato di aver scoperto un archivio contenente oltre 12.400 analisi del sangue anomale rimaste senza conseguenze per oltre un decennio. Una rivelazione che, a suo giudizio, avrebbe innescato una serie di ritorsioni culminate proprio nel caso Schwazer.

«Con una probabilità prossima alla certezza, l’urina è stata manipolata direttamente dai responsabili delle istituzioni interessate», ha ricordato citando le conclusioni contenute negli atti del Tribunale di Bolzano. Una battaglia che, ha ammesso, ha avuto conseguenze personali molto pesanti.

Nel finale, il maestro dello sport ha rivolto un messaggio agli studenti e ai futuri tecnici sportivi e ha annunciato che sta lavorando alla realizzazione di un “Atlante dinamico” composto da oltre mille esercizi filmati e commentati, con l’obiettivo di preservare e trasmettere il patrimonio pratico dell’allenamento sportivo.

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