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Passepartout: gli 80 anni della Repubblica raccontati da Gianfranco Astori

Gianfranco Astori e Carlo Cerrato ripercorrono la storia italiana dal referendum del 1946 alla presidenza Mattarella

Passepartout: gli 80 anni della Repubblica raccontati da Gianfranco Astori

Foto di Maria Grazia Billi

«La Repubblica siamo noi». È probabilmente questa la frase che meglio sintetizza il messaggio lasciato ieri sera da Gianfranco Astori, consigliere del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, protagonista dell'incontro “Di sana e robusta Repubblica” inserito nel programma di incontri di Passepartout.

In dialogo con il giornalista Carlo Cerrato, Astori ha accompagnato il pubblico in un percorso attraverso gli ottant'anni della Repubblica italiana, partendo dalle sue radici storiche per arrivare alle sfide del presente. Un racconto che ha intrecciato episodi poco conosciuti, riflessioni istituzionali e il ricordo delle figure che hanno guidato il Paese nei momenti più delicati della sua storia.

La serata si è aperta con la lettura di un passaggio del discorso pronunciato da Umberto Terracini all'Assemblea Costituente nel marzo del 1947, un richiamo al valore delle istituzioni democratiche e alla responsabilità morale di chi le rappresenta. Da lì ha preso avvio il dialogo tra Cerrato e Astori, che ha subito riportato l'attenzione al significato della scelta compiuta dagli italiani nel 1946.

«Vi è una ragione elementare: il 25 aprile è il luogo dove nascono le radici di una Repubblica che supera la monarchia, supera il fascismo e arriva a una condizione completamente diversa, quella della democrazia», ha spiegato Astori, ricordando il legame indissolubile tra Liberazione e nascita della Repubblica.

L'incontro si è svolto proprio nei giorni dell'ottantesimo anniversario dell'annuncio della vittoria repubblicana, proclamata il 5 giugno 1946 dal ministro Giuseppe Romita. Astori ha ricordato come il referendum rappresentò un momento straordinario di partecipazione popolare. «Parteciparono oltre 25 milioni di italiani, sostanzialmente il 90 per cento degli aventi diritto. Fu un esercizio di responsabilità. Veniva chiesto alle persone di scegliere la democrazia, il passaggio dal regno di uno alla Repubblica di tutti».

Un dato ancora più significativo se si considera che l'Italia dell'epoca era segnata da elevati livelli di analfabetismo. Per questo motivo, sulla scheda elettorale comparivano simboli facilmente riconoscibili: lo scudo dei Savoia per la monarchia e la figura della donna turrita per la Repubblica.

Tra i momenti più interessanti, il racconto delle giornate convulse che seguirono il referendum. Astori ha ricostruito le tensioni politiche tra il 10 e il 13 giugno 1946, quando il risultato era ormai chiaro ma il passaggio di poteri non era ancora stato completato. «Il re non ritenne di accettare il responso e lasciò l'amaro in bocca perché accusava il governo di aver compiuto un gesto rivoluzionario assumendo poteri che non gli spettavano», ha ricordato. Nonostante il clima difficile, la transizione avvenne senza le violenze che molti temevano.

Curiosa anche la geografia del voto ricordata dal consigliere del Quirinale. «Il Sud si espresse a favore dei Savoia e la parte nord del Paese si espresse invece contro la dinastia». Un fenomeno che riguardò anche il territorio astigiano: mentre gran parte della provincia votò per la monarchia, la città di Asti si schierò a favore della Repubblica.

Il dialogo si è poi spostato sul ruolo dei Presidenti della Repubblica, figure che Astori ha descritto come garanti dell'unità nazionale e della Costituzione. Il primo fu Enrico De Nicola, monarchico scelto proprio per favorire una transizione condivisa. Poi Luigi Einaudi, ricordato per le sue celebri «prediche inutili», lettere riservate indirizzate ai membri del governo per richiamare l'attenzione sul rispetto delle regole istituzionali.

Coinvolgente il passaggio dedicato a Sandro Pertini. «Rappresentò per la schiettezza dei suoi modi, per la franchezza con cui si esprimeva», ha spiegato Astori. Un presidente capace di instaurare un rapporto diretto con gli italiani e soprattutto con i giovani. Celebre il suo invito agli studenti: «Se passate da Roma suonate il citofono e chiedete: c'è Sandro?».

Tra le figure più importanti della storia repubblicana è stato ricordato anche Carlo Azeglio Ciampi. Secondo Astori, il presidente livornese «ebbe la capacità di rivolgersi ai cittadini con un messaggio che si nutriva di simboli: il tricolore, l'inno nazionale», contribuendo a ricostruire un sentimento condiviso di appartenenza. Una visione che definiva l'Italia come una "patria mite", aperta alla cooperazione con gli altri popoli e fondata sui valori della democrazia.

Esortato dalle domande di Cerrato, Astori ha affrontato anche i momenti più difficili della storia repubblicana: il terrorismo, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, i tentativi di destabilizzazione, la loggia P2, Tangentopoli. Eventi che avrebbero potuto mettere in crisi le istituzioni democratiche.

Eppure, secondo il consigliere, la Repubblica ha saputo dimostrare una straordinaria capacità di resistenza. «L'Italia non fece leggi eccezionali che abbiano alterato la normale vita democratica», ha osservato. «La democrazia non si difende con leggi eccezionali, si difende se i cittadini sono convinti che essa sia un valore».

Da qui il concetto che accompagna oggi l'azione di Sergio Mattarella e che Astori ha più volte richiamato durante la serata. «La Repubblica siamo noi», ha affermato. «Non è qualcun altro». Una definizione che amplia il significato stesso delle istituzioni: non soltanto lo Stato centrale, ma anche regioni, comuni, associazioni, volontariato e società civile.

Nella parte finale dell'incontro Astori ha offerto anche uno sguardo sul lavoro quotidiano del Quirinale, definendolo un "pronto soccorso" che non chiude mai. Ha quindi ricordato il ruolo del Presidente della Repubblica nella tutela della collocazione internazionale dell'Italia e nella promozione del dialogo multilaterale, del diritto internazionale e della pace, indicata come uno degli elementi fondamentali dell'identità repubblicana.

In chiusura, alla domanda di Carlo Cerrato su quale voce del passato sarebbe utile riascoltare oggi, Astori non ha avuto dubbi. «Confesso di essere affascinato dall'esperienza di Alcide De Gasperi», ha detto. «Con grande sobrietà ha costruito la democrazia del nostro Paese».

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