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Rapina alle Poste del 1983

Piero Boero: «Andai in carcere da innocente, ora faccio i nomi di chi mi volle incastrare. E perché»

L'ex poliziotto accusato, condannato e poi assolto per la morte di Fiorentino Manganiello, a 73 anni affida atti, brogliacci e la sua personale lettura di quanto accaduto ad un libro di prossima pubblicazione

Piero Boero: «Andai in carcere da innocente, ora faccio i nomi di chi mi volle incastrare. E perché»

Sono passati 36 anni ma Piero Boero non dimentica e decide di mettere nero su bianco la sua convinzione sugli eventi che hanno portato alla sua incriminazione (e poi assoluzione finale) per la rapina alla Posta di corso Dante, avvenuta il 15 novembre 1983 in cui perse la vita l’agente Fiorentino Manganiello, all’epoca 22enne che faceva la scorta al funzionario con una valigetta da 400 milioni di lire.
Una vicenda giudiziariamente travagliatissima, con una prima condanna all’ergastolo, poi ridotta a 30 anni e poi più rimandi fra Corte d’Appello e Cassazione fino all’assoluzione definitiva. Nel frattempo, Boero scontò 2 anni e 4 mesi di carcere prima della liberazione all’assoluzione. Lui si proclamò e continua a proclamarsi innocente.

Boero non era un imputato “qualsiasi”; Boero era un poliziotto di punta della Questura di Asti.
«Entrato nella Polizia nel 1972, partecipai a parecchie operazioni sotto copertura finalizzate a combattere gruppi eversivi tra cui le BR e i Nuclei armati proletari: una di queste portò all'arresto di Enzo Caputo (Nap) evaso dal carcere di Asti – ricorda Boero - Dopo l'addestramento al CAIP di Abbasanta in Sardegna fui destinato ai servizi di scorta di personaggi politici e mi assegnarono, tra gli altri, personaggi noti del mondo politico quali Nicolazzi e Marcora.- Dalla primavera del 1983 divenni caposcorta del Ministro del Tesoro Giovanni Goria, limitatamente alle sue permanenze ad Asti: quando si recava a Roma io lo accompagnavo fino all'aeroporto e la mia squadra veniva sostituita da altri colleghi».
Nel maggio del 1986, tre anni dopo la rapina alle Poste, Boero lasciò la polizia per dedicarsi alla gestione di alcune discoteche astigiane, anche con discreto successo.
Fu nel 1990 che venne arrestato con l’accusa di essere lui il rapinatore che, casco in testa e a bordo di una moto di grossa cilindrata, uccise con un colpo di pistola l’agente Manganiello per impossessarsi della preziosa valigetta piena di contanti.
Arresto che comprese anche una accuratissima perquisizione a casa di Boero e delle persone a lui vicine.
«Che cosa cercavano? – si chiede oggi Boero - Non certo, a distanza di sei anni dalla rapina, i soldi trafugati; neppure la pistola, in quanto le perizie “approssimative" (per usare un eufemismo, in quanto furono poi, anni dopo, clamorosamente smontate) dimostravano che la pallottola responsabile della morte di Manganiello era uscita dalla mia arma di ordinanza. Lo scopo della perquisizione – si dà come spiegazione - che fu raggiunto solo in parte, era quello di sequestrare (e fare sparire) le copie di trascrizione dei brogliacci di intercettazioni di importanti esponenti economici e politici che io avevo conservato dalla mia attività di investigatore».
In una parola: complotto. «Volevano mandarmi in carcere con false accuse nella speranza, presumo, che questa situazione mi inducesse ad un gesto estremo oppure che a farmi fuori ci pensasse qualche detenuto, visto il mio passato da poliziotto. Ero uno che sapeva troppo, avendo seguito a lungo e da vicino colloqui, incontri, scambi di battute di potenti».
Convinzione granitica che Boero, oggi 73enne, decide di condividere. «Ho raccolto le mie memorie, compresi gli atti processuali rimasti e voglio raccontare tutto in un libro con la collaborazione dello scrittore giornalista Paolo Raviola, amico fin dall’infanzia.
Lo devo a mio figlio morto nel 2000 in un incidente stradale che ha vissuto la sua adolescenza sentendosi guardare come il figlio di un delinquente e lo devo a mio padre che ha chiuso gli occhi sapendomi in carcere con condanna all’ergastolo. Lo devo alla mia famiglia e a me stesso per le notti insonni e la rabbia che mi ha divorato per troppo tempo e lo devo, infine, a tutti gli astigiani che devono sapere cosa, nel sottobosco finanziario, economico e urbano di Asti è successo negli Anni Ottanta e Novanta».
In attesa dell’Appello per un ultimo processo.
E’ l’unico “sopravvissuto” delle tante denunce che Boero ha presentato negli anni contro l’operato di chi ha lavorato al suo caso.
Quelli penali sono stati tutti archiviati (in molti casi per prescrizione) mentre questo riguarda l’ipotizzato reato di falso a carico di tre consulenti, due dei quali già deceduti ma i cui eredi hanno accettato ogni tipo di decisione.

La pubblicazione del libro, con nomi, circostanze e i famosi “brogliacci” delle intercettazioni, è prevista per la primavera del 2027.
Paura di querele? «No, perché posso dimostrare tutto quello che dico. E poi, ho sopportato quintali di peso giudiziario sulle mie spalle, non sarà qualche grammo a spaventarmi».

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