Corte d'Assise d'Appello
05 Giugno 2026 17:05:35
Quegli audio risentiti in aula di Corte d'Assise d'appello mercoledì hanno scosso i giudici popolari e la presidente della Corte d'Assise d'Appello di Torino, dottoressa Domaneschi. Quelle urla, che così bene hanno fatto trasparire il clima di terrore che si è vissuto a casa Sulaev il primo marzo del 2024, insieme ai motivi d'appello curati dal difensore Massimiliano Sfolcini che, come in primo grado, si è particolarmente speso a favore della sua giovanissima assistita, hanno portato ad un completo ribaltamento della sentenza della Corte d'Assise di Alessandria che aveva condannato Makka a 9 anni e 4 mesi.
I giudici torinesi invece hanno accolto pienamente la tesi della difesa e l'hanno assolta per la non punibilità del fatto. Quella coltellata venne data per legittima difesa e Makka, con quell'unico fendente (l'autopsia ne ha registrato un secondo, molto meno incisivo, che la ragazza ha giustificato con la paura che il padre potesse ancora nuocere) ha salvato la vita a sé stessa e alla madre. Entrambe le donne da anni erano il bersaglio dei maltrattamenti, fisici e psicologici, di quel padre padrone, Akhyad che dalla Cecenia era fuggito con la famiglia a Nizza Monferrato portandosi dietro un'idea di relazioni con moglie e figli all'insegna della pura violenza ed autorità.
Lacrime per Makka e per la madre, alla lettura della sentenza. In primo grado, con la dolcezza e la compostezza che ha sempre caratterizzato ogni sua presenza in aula, aveva detto ai giudici: «So che cosa ho fatto e per tutta la vita mi porterò il peso di aver ucciso mio padre. Ma so anche che, quel giorno, se non l'avessi fatto, io e mia madre saremmo state uccise da lui».
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