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Corte d'Assise d'Appello di Torino

Il coraggio della maestra nell'inferno in casa che portò Makka ad uccidere il padre

E' cominciato oggi il processo di Appello per l'omicidio dell'uomo nell'alloggio di famiglia a Nizza Monferrato il primo marzo di due anni fa

Makka processo d'appello

Raramente capita che i giudici di Appello rinnovino una parte del processo di primo grado ma in questo caso la Corte d'Assise di secondo grado del tribunale di Torino, presidente dottoressa Domaneschi, ha accolto la richiesta della difesa per due importanti "riascolti": il primo è quello di una testimone oculare super partes, l'altro è quello di alcune registrazioni fatte con i cellulari di quanto stava accadendo prima di quel fendente mortale.

I fatti

Il fatto cui ci riferiamo è l'omicidio avvenuto il primo marzo del 2024 nell'alloggio di Nizza Monferrato abitato dalla famiglia Sulaev: padre, madre, due figlie femmine (di cui Makka era la maggiore ed aveva appena compiuto 18 anni) e due figli maschi. Di origini cecene, erano fuggiti in Italia dalla dilaniante guerra civile in patria e mentre madre e figli facevano grandi sforzi per integrarsi, studiare, lavorare e imparare la lingua, il padre aveva sempre opposto grande resistenza.

Non solo. Era un padre padrone temuto che imponeva la sua autorità a suon di botte, di minacce e di urla. Questo, ebbe modo di dire Makka durante il suo interrogatorio in primo grado, fin da quando lei aveva memoria. Prima solo la moglie, poi anche la figlia più grande, Makka appunto, era diventata un bersaglio dei suoi sfoghi, dei suoi accessi di ira, delle sue manie di controllo, dei suoi attacchi di violenza verbale e fisica.

Un crescendo di terrore

Quel primo marzo fu una giornata particolarmente tesa fin dal mattino in casa Sulaev, quando l'uomo si licenziò dall'ultimo posto di lavoro al pub Capo Nord imponendo alla moglie di lasciare anch'essa l'impiego di lavapiatti al ristorante Signora in Rossa all'epoca dello stesso proprietario. Di lì in avanti, per tutto il giorno, un crescendo di paure, tensioni, di minacce di morte dell'uomo nei confronti della moglie, di pianti, di telefonate e messaggi in russo che atterrirono la donna e la figlia maggiore che li aveva sentiti. Lei, Makka, che aveva capito come quel giorno le cose si stessero mettendo più male del solito e andò a comprare un coltello, perché gli altri che si trovavano in casa erano stati nascosti dai fratellini più piccoli che più volte avevano sentito le minacce di morte del padre verso la madre e pensavano così di salvarla.

In casa arrivarono prima il padre e poi la madre, di ritorno dal lavoro. In quel lasso di tempo Makka scrisse un "testamento emotivo" in cui riuscì a concentrare, in due pagine, tutto il rifiuto per quello che aveva subito e visto subire in 18 anni della sua vita. Una ragazza che si assunse la responsabilità di salvare la madre da quell'ennesimo litigio in cui il padre, in cucina, tentò di strangolare la moglie con un braccio al collo. Lei intervenne, la furia dell'uomo si spostò anche su di lei ed entrambe le donne vennero trascinate per i capelli nella camera di Makka dove la ragazza, per porre fine all'ennesima aggressione nei confronti della madre, prese il coltello comprato poche ore prima e lo affondò nella schiena del padre.

La condanna

In primo grado, assistita dall'avvocato Massimiliano Sfolcini, Makka venne condannata ad Alessandria a 9 anni e 4 mesi di reclusione. Niente legittima difesa per lei, pur ottenendo le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti.

Troppi per una ragazza che si affaccia alla vita e che, proprio in questi giorni, sta studiando alacremente (come ha sempre fatto, del resto, pur lavorando sere e fine settimana per dare una mano economica alla madre) in vista dell'esame di maturità. Troppi per una ragazza che ha ammesso subito il delitto ma ha anche raccontato, seppur con pudore e vergogna, l'orrore che si consumava da anni nella sua famiglia.

Le urla registrate dai telefonini

Un assaggio di quel che capitò quel pomeriggio dell'omicidio è arrivato dall'ascolto di alcuni spezzoni di registrazioni fatte con i telefonini presenti in casa. Perché un conto è la trascrizione su carta di quanto udito, un conto è sentirne l'intensità e la drammaticità. Pochi secondi bastano per capire che in quella casa, quel pomeriggio, gravava il terrore puro provocato da un padre fuori controllo che aveva già tentato di strangolare la moglie e che si era poi scagliato senza pietà anche sulla figlia perché aveva osato bloccarlo. Il terrore e le urla dei bambini più piccoli e indifesi, anch'essi fuori controllo per la paura.

La testimone coraggiosa

In mezzo a questo inferno, la figura di una giovane donna che ha fatto le cose giuste al momento giusto.

E' la testimone oculare Marta Bonini, insegnante di sostegno e amica di famiglia che si era prestata a seguire i bimbi più piccoli nei compiti a casa. E' lei la persona che stamattina è stata risentita in aula perché, come ha sottolineato la presidente della Corte, non capita sovente di avere un testimone super partes sulla scena di un omicidio.

Marta, il cui nome si sente urlare anche in alcune registrazioni dai bambini più piccoli che avevano in lei un punto di riferimento, è colei che per due volte ha chiesto l'intervento dei carabinieri. Una prima volta mentre Akhyad stava picchiando moglie e figlia. «Ho detto di venire presto, perché quell'uomo stava picchiando le donne di casa e io ero terrorizzata che se la prendesse anche con me». Impaurita ma non abbastanza da mettersi in mezzo e tentare di far ragionare l'uomo, spiegandogli con calma che le donne non si picchiano. Anzi, che non si picchia nessuno e le discussioni si affrontano a parole. Per tutta risposta ricevette una spallata dell'uomo per metterla da parte e invitarla a farsi i fatti suoi.

Subito dopo è ripresa l'aggressione terminata con la coltellata di Makka al padre.

«A quel punto tutti urlavano in casa ed io ero terrorizzata che facesse del male anche agli altri bambini. Ci siamo chiusi tutti dentro la stanza dei maschietti, ho fatto la seconda chiamata ai carabinieri e insieme ad uno dei ragazzi mi sono messa davanti alla porta per tenerla chiusa stretta stretta. Intanto guardavo fuori dalla finestra e quando i carabinieri sono arrivati in strada, ho fischiato per attirare la loro attenzione e ho gridato il piano a cui eravamo».

Ma qualcuno doveva aprire ai carabinieri per consentire loro di entrare nell'appartamento.

«Ho pensato che fossero i miei ultimi istanti di vita»

«Non so dove ho trovato il coraggio, ma sono uscita dalla camera dei bambini per andare ad aprire alle forze dell'ordine. Ho camminato in punta di piedi, per non farmi vedere da Akhyad che era ancora in piedi e girava per casa. Si vedeva la ferita ma non usciva sangue. Ho raggiunto il portoncino di ingresso e l'ho aperto per i carabinieri ma lui mi ha sentita, si è avvicinato e l'ha richiuso. Era a pochi centimetri da me. Ho creduto fossero i miei ultimi secondi di vita». A salvare Marta è stato il collasso del polmone raggiunto dalla coltellata. «E' caduto davanti a me e io ne ho approfittato per riaprire il portone e fuggire giù dalle scale incontro ai carabinieri».

C'è un particolare che non era mai emerso ed è la percezione che l'insegnante ha avuto del momento dell'omicidio: «Ricordo benissimo lo sguardo di Makka quando ha colpito il padre. Non lo dimenticherò  mai. Era irriconoscibile, non l'avevo mai vista così terrorizzata. Al punto che ho disegnato quegli occhi su un foglio pochi giorni dopo. In quella casa, per un lungo lasso di tempo, in quel pomeriggio abbiamo avuto paura di essere tutti uccisi dalla furia di Akhyad».

Il processo riprenderà venerdì mattina, giorno in cui arriverà la sentenza.

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