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Corte d'Assise

Chiesti 20 anni di carcere per aver ridotto la figlia della compagna in "schiava sessuale"

Alle ultime battute il processo contro Attilio Sostero. Le parole del pm Pedrotta e il pianto in aula dell'imputato

Chiesti 20 anni di carcere per aver ridotto la figlia della compagna in "schiava sessuale"

«Ho una lunga carriera alle spalle, di processi ne ho fatti tanti, anche per violenze sessuali terribili. Ma in questo caso faccio grandissima fatica a mantenere il distacco». Sono state parole un po' inaspettate da una pm di alto profilo e grande determinazione come è la dottoressa Manuela Pedrotta della Procura distrettuale Antimafia di Torino durante la lunga e argomentata requisitoria che questa mattina ha segnato le ultime battute del processo contro Giacinto Attilio Sostero concludendo con una richiesta di pena a 20 anni di carcere. 

Perché anche a pm di provata esperienza, non capita spesso (per fortuna) di aver a che fare con un caso di riduzione in schiavitù sessuale, in Italia e in un contesto familiare. Soprattutto, non capita spesso che la parte offesa, al termine di una lunga e sofferta testimonianza in aula, prima di alzarsi ringrazi investigatori, pm e giudici dicendo "Grazie per il senso di sollievo che mi avete dato. Ringrazio tutti quanti voi perché non mi avete giudicata e mi avete fatto capire che quel che mi è successo non è stata colpa mia».

Violentata da quando aveva 12 anni 

E quel che le è successo è durato un'eternità, nella vita di una persona. Quattordici anni in cui, secondo l'accusa, è stata a totale disposizione delle pulsioni sessuali di Sostero che avrebbe messo gli occhi (e le mani) su di lei quando era ancora una bambina di appena 12 anni. Arrivava da un affido e aveva scelto di tornare a vivere con la madre, compagna di Sostero, senza immaginare l'inferno che l'attendeva.

A poco a poco, aveva sostituito la madre nel soddisfacimento sessuale dell'uomo, evidentemente molto più vecchio di lei, senza riuscire a ribellarsi.

Proprio su questo punto il pm Pedrotta si è spesa per far comprendere la difficoltà, per una bambina prima e ragazzina poi, di denunciare quello che stava subendo.

Perché non lo aveva denunciato

Alla domanda precisa sul perché avesse aspettato così tanto a denunciarlo, la ragazza ha risposto: «Per ché quando vivi in determinate situazioni fuori da ogni logica, quella vita diventa la tua quotidianità. E poi perché non sapevo cosa sarebbe capitato a me e cosa sarebbe capitato a mia madre, unico mio punto di riferimento di famiglia». Concludendo per un assoluto stato di soggezione psicologica che configura il reato di schiavitù sessuale. Ancor più grave se si pensa che è iniziato in tenera età e quindi in una condizione di superiorità dell'adulto nei confronti della bambina.

Voleva un figlio da lei

E allora cosa ha fatto scattare la "fuga" da quell'inferno 14 anni dopo? Sempre nella ricostruzione della pm c'è la risposta: «Perché Sostero, subito dopo il trasferimento  a Sanremo, aveva cominciato a chiedere insistentemente un figlio dalla ragazza. Una richiesta che lei  non poteva accettare. Non poteva neppure pensare ad un figlio con quell'uomo». Nel frattempo madre e figlia avevano stretto confidenza con una famiglia di rigattieri di Asti con i quali erano rimasti in contatto. Gli stessi che furono gli unici, in tutti quegli anni di sguardi incuriositi di chi incrociava quella strana famiglia in cui la ragazza era presentata a volte come figlia, a volte come nipote, a volte come fidanzata di un uomo così più grande, ad aver intuito che sotto c'era qualcosa di grave e a mettersi a disposizione per aiutare le due donne.

Isolate, senza cibo e la convivenza forzata con i piccioni

Un processo dove sullo sfondo della violenza sessuale durata 14 anni, ci sono anche i maltrattamenti: privazione di cibo, divieto di frequentare amici coetanei della ragazza, isolamento di madre e figlia, minacce, percosse, obbligo di condivisione di quella strana mania del Sostero per i piccioni che allevava in una camera nell'alloggio nel cuore del centro storico elegante di Asti in corso Alfieri. Piccioni che erano diventati gli unici esseri viventi da cui la ragazza traeva qualche conforto e compagnia e che l'imputato aveva strangolato davanti ai suoi occhi per accrescere il timore in famiglia.

Il ruolo della madre che sapeva tutto

Un capitolo a parte, la requisitoria del pm Pedrotta è stato dedicato alla madre della ragazza, sempre presente e, da un certo punto in avanti, consapevole delle violenze alla figlia allora ancora minorenne.

«Perché non ha difeso sé stessa e i suoi figli? Perché ha vissuto prigioniera di un uomo che si faceva mantenere da lei e la disprezzava? Non avrebbe avuto nulla da perdere a mandarlo via di casa e a denunciarlo. Questo direbbe la logica, ma siamo di fronte ad una donna con un vissuto di violenza subita, fortemente fragile e facile da plagiare che era in costante ricera di affetto e amore. Lui l'aveva isolata e l'aveva minacciata e per una donna che ha avuto per tutta la vita la paura come compagna, è bastato per non agire».

La difesa: «Non ogni parola della ragazza è oro colato e Sostero era profondamente innamorato di lei. E lo è ancora»

Difficilissimo il compito dell'avvocato Marco Borio, difensore di Sostero, in una arringa tutta in salita. Difensore al quale lo stesso pm ha riconosciuto tatto e rispetto nel corso del controesame di madre e figlia.

Ha subito detto che non avrebbe contrastato il reato di violenza sessuale, nè gran parte dei maltrattamenti che gli sono stati attribuiti. E' la schiavitù sessuale che Sostero respinge

«Vero è che Sostero aveva messo gli occhi sulla ragazza quando è rientrata in famiglia, ma ha aspettato che lei compisse 18 anni per farsi avanti. E di lì in poi i rapporti sono stati consenzienti. Anche quelli più imbarazzanti e strani raccontati in aula dalla ragazza». Già, le dichiarazioni della parte offesa. Per il pm totalmente attendibili e riscontrate, per la difesa un po' meno: «Qualche ragionevole dubbio sorge quando si leggono, ad esempio, una lettera e un post su Facebook della ragazza, pieni di parole affettuose per quel "patrigno" entrato nella vita di lei e della madre» ha detto l'avvocato. Affettuosità che il pm spiega con la Sindrome di Stoccolma: «E' un meccanismo di sopravvivenza emotiva, per abbassare il livello di tensione e allontanarlo da sè nella speranza di "guadagnarsi" un trattamento migliore».

Sempre il difensore, nella sua arringa, ha messo in dubbio l'impossibilità, per la ragazza, per la madre e per il resto della famiglia di denunciare prima quanto stesse accadendo. «Non è credibile una violenza sessuale che duri per 14 anni. Possibile che tutti sapessero e nessuno abbia fatto nulla? Anche tenendo conto che la famiglia, per molti anni, è stata sotto stretto monitoraggio degli assistenti sociali. La madre dice di aver avuto paura di denunciare la violenza, ma eppure lo aveva già fatto in passato, due volte, per episodi identifici accaduti in famiglia».

L'avvocato Borio mette in dubbio un assoggettamento così perpetrato nel tempo e ricorda ciò che Sostero ha detto, ovvero che era stato profondamento innamorato della ragazza e che lo è ancora oggi. Con scoppio in lacrime dell'imputato.

La Corte d'Assise presieduta dal giudice Giannone, Dematteis a latere, si ritroverà il 3 luglio per le repliche e per la sentenza.

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