Un accordo storico quello che nei giorni scorsi si è “saldato” fra le associazioni animaliste ed ambientaliste piemontesi e il Coaarp, Comitato Amici degli Ambienti Rurali Piemontesi costituito prevalentemente da agricoltori.
L’obiettivo comune è quello di risolvere la proliferazione dei cinghiali sul territorio piemontese. Un fenomeno ben tristemente noto, che questa primavera, sul fronte agricolo, ha portato alla costituzione del Coaarp e ad una serie di proteste plateali dopo i danni ingentissimi alle semine che hanno anticipato quelli altrettanti ingenti dei raccolti d’autunno.
In un comunicato che annuncia l’accordo è riassunto in modo molto esaustivo quello che agricoltori, ambientalisti e animalisti pensano dei cacciatori e delle (non) risposte del mondo politico a questo grave fenomeno che sta compromettendo non solo l’agricoltura ma anche la sicurezza stradale e la conservazione della biodiversità degli ambienti naturali.
«In Piemonte, e probabilmente in tante altre parti d’Italia – si legge – l’allevamento dei cinghiali allo stato brado viene fatto a spese del mondo agricolo e degli ambienti naturali. Le politiche venatorie, per decenni seguite ed ancora oggi propagandate come metodo di gestione della specie, sono miseramente fallite. Infatti – si spiega – braccate e girate con l’utilizzo dei cani determinano la disgregazione dei gruppi sociali di questo suino, la dispersione dei capi, la perdita della sincronizzazione dell’estro delle femmine, la costituzione di nuovi branchi a spese dei campi coltivati, l’aumento degli incidenti stradali, il danno alle altre specie selvatiche, la “militarizzazione” del territorio ad opera delle squadre dei cinghialai, l’aumento del pericolo anche per gli esseri umani. Ormai nessuno crede più che i cacciatori, cioè coloro che hanno contribuito a realizzare questa situazione, possano proporsi come gestori e solutori del problema».
Dura la critica nei confronti del mondo venatorio: «Il cacciatore è l’unico soggetto che non ha interesse a vedere ridotta la presenza della specie sul territorio – proseguono ambientalisti e Coaarp – perché parallelamente alla crescita numerica dei cinghiali si è realizzata una filiera clandestina della carne con pericoli sanitari ed una economia sommersa che sfugge ai controlli fiscali realizzando così l’illecito guadagno di pochi a danno di tutti».
Così le associazioni che aderiscono al Tavolo Animali & Ambiente convengono sulla assoluta necessità di riduzione numerica della specie cinghiale a livelli compatibili con il legittimo diritto di chi coltiva di poter raccogliere ciò che semina.
E per farlo chiedono che vengano preferiti interventi ecologici rispetto a quelli cruenti degli abbattimenti affidando la gestione agli enti pubblici e sottraendola ai cacciatori.
Tavolo ambientalisti ed ecologici e Coaarp hanno sottoscritto un manifesto congiunto che prevede alcuni punti fondanti: la gestione del cinghiale deve essere sottratta al mondo venatorio e gestita dalle province e dalla Città Metropolitana di Torino attraverso proprio personale.
L’attività venatoria non costituisce alcun valore aggiunto per l’agricoltura chiedendo che l’agricoltore possa escludere dai propri fondi coloro che ritiene possano essergli causa di danni.
Un fermo "no" congiunto arriva sulla realizzazione di una filiera della carne di cinghiale a favore di un futuro dell’attività agricola sempre più improntato a produzioni ecologicamente sostenibili rispettose degli equilibri ambientali e del benessere degli animali che valorizzi le eccellenze locali per un “saggio” decremento delle importazioni dai Paesi esteri.
Commentascrivi/Scopri i commenti
Condividi le tue opinioni su La Nuova Provincia di Asti