Testimonianza
30 Settembre 2026 10:24:00
Cosa significa essere insegnanti e trovarsi vittime di episodi di violenza? Quali tutele esistono realmente? Cosa si può fare perché fatti simili non accadano più?
Sono alcune delle domande attraverso cui vuole stimolare una riflessione, raccontando la sua esperienza, un’insegnante astigiana di scuola primaria con 30 anni di esperienza alle spalle.
Due anni fa, infatti, è stata aggredita dal genitore di un alunno davanti alla scuola. Aggressione accompagnata successivamente da ripetute minacce di morte e insulti, da cui è scaturita la denuncia che ha dato il via al procedimento penale: nelle prossime settimane si terrà la prima udienza.
«Ho scelto questo mestiere – precisa subito – perché credo nella sua valenza sociale. Ho insegnato in diverse primarie della città e della provincia e, da tempo, lavoro in una scuola piuttosto complicata, con tanti bambini dalle situazioni difficili (a livello familiare, economico o individuale, spesso a causa di deficit intellettivi) cui cerco di dare una speranza e basi solide affinché possano diventare cittadini autonomi e responsabili. Eppure mi scontro ogni giorno con le difficoltà quotidiane: bambini che non hanno mai il materiale o la merenda necessari in classe, alla fine acquistati da noi insegnanti; bambini sempre sprovvisti di autorizzazioni e moduli richiesti; bambini che non vengono iscritti a mensa all’inizio dell’anno e poi sono regolarmente presenti, per cui pranzano lo stesso creando problemi organizzativi agli addetti».
«Nonostante ciò - prosegue - mi sono sempre impegnata per cercare di sensibilizzare i miei alunni sull’importanza di rispettare le regole, tanto che poi sono i bambini stessi che “richiamano all’ordine” i genitori quando devono consegnare un’autorizzazione o serve qualcosa in classe. Ma a questo riguardo devo dire che non tutti i colleghi sono in sintonia con questi principi. Alcuni, quando si trovano in contesti complicati come il mio, preferiscono lasciar perdere, giustificando sempre gli alunni che non rispettano le regole per evitare di scontrarsi con i genitori. Anche perché, come dimostra la mia storia, effettivamente possiamo trovarci in situazioni rischiose».
La maestra racconta quindi il grave episodio subito. «Due anni fa - ricorda - un genitore mi ha attaccata pesantemente nel corso di una riunione per un motivo che non ho ancora compreso adesso e, dopo una settimana, quando ho scritto sul diario che suo figlio non aveva studiato la lezione, mi ha aspettata al mattino davanti alla scuola per urlare davanti a tutti i peggiori insulti contro di me. Non solo. Mi ha spintonata contro il muro facendomi male alla clavicola e si è tolto gli occhiali per continuare a picchiarmi. Alcuni genitori lì vicino, assistendo alla scena, sono subito venuti in mio soccorso, così come alcuni collaboratori scolastici. Insieme sono riusciti a fermarlo. Ma lui mi ha minacciata di morte. Alla fine mi sono stati assegnati tre giorni di infortunio, che peraltro non ho nemmeno sfruttato perché quella settimana dovevo portare i bambini in gita e mi spiaceva che dovessero rinunciarvi».
L’insegnante ha quindi sporto denuncia. «Mi sono rivolta al mio sindacato, la Cgil, che mi ha supportata molto e mi ha informata su come procedere. Così mi sono affidata all’avvocato Fabrizio Brignolo».
Poi l’amara considerazione. «Purtroppo noi insegnanti non abbiamo strumenti concreti di difesa in questi casi: sto pagando le spese legali di tasca mia e non esiste una prassi o una legge in nostro soccorso. Ad esempio, non ho potuto chiedere che un collaboratore scolastico mi aspettasse al mattino all’ingresso. Così ho anche dovuto rinunciare a parcheggiare davanti alla scuola per paura di ritorsioni».
«La dirigente - prosegue - mi è venuta incontro cambiandomi l’orario, perché nel frattempo il genitore continuava ad aspettarmi ogni mattina, e dandomi le chiavi per entrare da un ingresso secondario. Al contempo ha impedito al genitore di avere colloqui in presenza a scuola e di entrare nell’edificio a suo piacimento, come era solito fare. Tuttavia, sempre perché non esiste una normativa di riferimento, ho dovuto continuare a insegnare in quelle condizioni fino alla fine dell’anno scolastico, senza nemmeno la solidarietà delle colleghe che non insegnavano in quella classe».
L’anno scolastico successivo, ovvero il 2025/2026, la maestra è stata spostata dalla dirigente come prevalente su una classe parallela a quella in cui lavorava in precedenza. «Nonostante ciò - continua - il genitore ha continuato a muovermi accuse, per esempio durante le riunioni nella mia ex classe in cui ha anche dato in escandescenze, tanto che una collega ha fatto un esposto ai Carabinieri. Peraltro, una volta saputo di quel provvedimento, ha minacciato di far “saltare la scuola”. In tale situazione, solo alla fine dell’anno scolastico abbiamo scoperto, in occasione di un progetto scolastico che coinvolgeva alcuni assistenti sociali, che la famiglia in questione era seguita dai Servizi sociali».
Alla fine dello scorso anno scolastico tutte le maestre impegnate su quelle due classi parallele se ne sono andate, ad eccezione dell’insegnante aggredita.
«Da quest’anno scolastico - sottolinea - il figlio del genitore che mi ha aggredita ha cambiato scuola. Io continuo a svolgere il mio lavoro convinta dell’importanza di educare i bambini ad essere cittadini responsabili. Ma a questo riguardo mi pongo alcune domande. Se genitori stranieri non fanno nemmeno lo sforzo di andare in Comune a fare l’iscrizione alla mensa (iscrizione, non pagamento, relativamente al quale sono previste anche esenzioni), e poi lasciano regolarmente i figli a pranzo, si tratta di accoglienza o presa in giro di tutti gli altri che invece si iscrivono? O ancora, se i genitori mandano il figlio a scuola senza cancelleria o merenda, ma poi lo portano sempre dal barbiere per sfoggiare l’ultimo taglio alla moda, perché io insegnante devo comprare quaderni e panini per loro? In questo modo non si costruisce una comunità serena, ma si alimentano tensioni che, in alcune persone, possono anche sfociare in razzismo».
Secondo la maestra, nelle scuole dai contesti più complicati servono fondi non per progetti particolari, come la certificazione della lingua inglese, ma per superare le difficoltà quotidiane. «Ci vorrebbero - conclude - mediatori culturali per dialogare con i genitori che non sanno l’italiano; insegnanti multilingue che forniscono i rudimenti di italiano a bambini stranieri che arrivano in classe, anche ad anno scolastico iniziato, senza sapere una parola, per cui si trovano in grande difficoltà. Al contempo, tutti dobbiamo essere d’accordo a far rispettare le regole. Altrimenti la scuola diventa un parcheggio, non un luogo in cui si educano e si formano i bambini. Anche perché la situazione sta peggiorando. Negli ultimi dieci anni ho notato, insieme ad altre colleghe, una riduzione nello svolgimento del programma perché noi maestre dobbiamo dedicare troppo tempo alla scolarizzazione di alunni che devono prima di tutto imparare a comportarsi con rispetto nei confronti degli altri e del materiale di cui dispongono».
«Spero, quindi - conclude - che la mia storia possa aiutare a stimolare una riflessione su una istituzione, la scuola, in cui credo ancora, nonostante tutto».
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