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La storia

L'avvocato camminatore che ha risposto alla "chiamata" dei sentieri di mezza Europa

Marco Dapino vive le ferie di ogni estate in un viaggio a piedi con uno zaino leggero come la sua mente quando torna alla vita normale

L'avvocato camminatore che ha risposto alla "chiamata" dei sentieri di mezza Europa

Sono 4 mila chilometri, calcolati per difetto, percorsi nelle due, massimo tre settimane di ferie all’anno. Per quasi 20 anni. Ma è un “contatore” che non riesce a dare una dimensione dell’avventura interiore rappresentata da un cammino affrontato in solitudine, con compagni incontrati per strada, affrontando strade mai percorse prima con tutto quello che di imprevisto può accadere, con piedi doloranti, sole cocente e uno zaino leggerissimo che contiene l’essenziale per sostenere l’emozione di trovarsi di fronte paesaggi che cambiano in continuazione. Il cammino è un’esperienza spirituale anche per l’ateo più ateo.

Lo sa bene Marco Dapino, noto avvocato astigiano, che la magia dei cammini l’ha incontrata in età adulta, a 40 anni, in un particolare momento della sua vita. E l’esigenza di camminare quasi si è presentata da sola, come una chiamata cui non poteva resistere. Un amore a prima vista e da allora, ogni anno, l’interruzione dell’attività professionale estiva diventa un nuovo viaggio a piedi.

Lungo il personale elenco dei cammini percorsi dall’avvocato Dapino: Primitivo di Santiago, Balteo, Degli Dei, via Francigena e poi quelli dedicati ai Santi, quasi come un rosario a partire da Sant’Antonio, San Francesco, San Michele, San Benedetto fino alla fatica dell’estate appena passata, la seconda parte di quello di Santiago di Compostela.

Come spiegare l’essenza del cammino senza ridurlo ad un semplice esercizio ginnico prolungato?

«Camminare per tanti giorni consecutivi, prima che un percorso fisico è un’avventura interiore che aiuta a raccogliere i propri pensieri, riordinarli e stabilire con il tempo e la calma dei giorni, una gerarchia tra ciò che conta davvero e tutto quello che possiamo farci scivolare addosso. Una pulizia interiore – prosegue Dapino – tranquilla ma profonda che alleggerisce dai pesi inutili della quotidianità».

Prima regola per chi vuole affrontare un cammino dunque è il tempo. Bisogna darsi tempo, la pulizia interiore non ha fretta e necessita di un tempo congruo per vivere appieno l’esperienza.

E anche i risvolti meno piacevoli, come un muscolo dolorante, una vescica al piede, la fame, la sete, il sonno, la stanchezza diventano uno strumento per concentrarci su di noi allontanando i pensieri che occupano violentemente e spesso senza consenso la nostra mente. Dopo qualche giorno è il corpo a comandare la mente: si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, si dorme quando si ha sonno. Un ritorno all’essenzialità del proprio corpo oltre che del proprio zaino dove, al termine del cammino, ci si sente un tutt’uno con l’ambiente che si attraversa e questo rafforza il massimo rispetto per ogni forma vivente. Un benessere mentale e spirituale che accompagna per mesi chi lo raggiunge camminando.

Seconda regola: camminare da soli, senza chiacchierare in continuo, senza cuffiette nelle orecchie con musica o podcast. Da queste regole nasce la differenza fra un vero cammino e un piacevole trekking.

E poi, gli amici, quelli arrivano per strada, per qualche tratto di cammino, nella condivisione di una camerata di ostello, nella soluzione di qualche problema urgente, nell’ammirazione di panorami e natura.

I cammini italiani? Non hanno nulla da invidiare a quelli stranieri, è il giudizio dell’avvocato camminatore. Caratterizzati soprattutto dalla biodiversità dei territori attraversati.

«La bellezza del nostro Paese non sarà mai apprezzata nella sua totalità se non lo si attraversa nei suoi percorsi più interni, originari, naturali, tra boschi e foreste, paesi medievali, conventi, campi e vigne. Ma con due limiti grandi. Il primo – spiega Marco Dapino – è la presenza di molte zone senza linea per il cellulare e in caso di aiuto è impossibile far partire le chiamate. E poi la presenza di tanta fauna selvatica (lupi, orsi, cinghiali, cani pastore che aggrediscono per difendere le greggi). Per questo sono cammini che è consigliabile percorrere almeno in due.  E poi sono poco segnalati sul posto, vanno seguiti su app ma se il telefono non prende ci si perde facilmente. Manca anche la manutenzione costante perché sono quasi tutti affidati a volontari. Ma dove funzionano sono diventati un motore di sviluppo per paesi anche sperduti e uno stimolo contro la desertificazione dei borghi più piccoli».

Dall’Italia all’Astigiano, anch’esso ricco di cammini che negli ultimi anni si sono moltiplicati pur presentando i problemi condivisi con gli altri presenti in Italia, soprattutto in fatto di strutture di accoglienza. Soluzioni?

«In Umbria hanno trovato una modalità fantastica di gestione del Cammino di San Benedetto. Inventato da Simone Frignani che ha creato una rete di persone di buona volontà escludendo enti e amministrazioni pubbliche. Per ogni tappa viene scelta una persona di riferimento chiamata Amico del Cammino. Si occupa di tenere in ordine il tratto di sua competenza, di segnalare eventuali problemi, svolge funzioni di guida turistica e ospita a casa sua i camminatori, dando un letto su cui dormire, del cibo condiviso con la famiglia, la possibilità di lavare i vestiti in cambio di un’offerta a copertura delle spese. Un metodo che funziona benissimo sia per chi ospita che per i camminatori».

La scusa più comune di chi tema di affrontare un cammino è la mancanza di allenamento. Come si rimedia?

«E’ una scusa bella e buona – risponde ancora l’avvocato camminatore – perché l’uomo è nato per camminare e anche senza allenamento. Dopo pochi giorni il corpo si adatta e non si sente più la fatica». In compenso i benefici resistono per mesi dopo il ritorno e la ripresa della routine quotidiana.

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