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«Da qualche giorno quel prato è una piattaforma di terra sconvolta da ruspe»

Pubblichiamo un intervento di Gianfranco Miroglio che commenta il taglio di diversi alberi avvenuto su un terreno tra Montegrosso e Vigliano d'Asti

Vigliano Ceppi

Il terreno nel quale sono stati tagliati i ceppi

Otto ceppi: quanto resta di un angolo speciale, per me e forse per qualcun altro. Bivio sulla provinciale per Montegrosso, di fronte al passaggio a livello, l’ingresso della valletta che si infila tra le vigne e i campi e sale a Vigliano. C’era un prato, lì, c’erano grandi alberi sparsi e tranquilli, alcuni roveri antichi, intorno ai quali in certe ore trafficavano trifulau con i loro tabui, in certe altre ruminavano le mucche. C’era un senso di pace, una tranquillità che attraeva e certificava, per me e forse per qualcun altro, la porta di accesso a quello che ho battezzato, nei trent’anni da che abito in zona, il mio “feudo”: una enclave un pochino protetta dai boschi, lo stacco da un mondo, amorfo invece, mollato alle spalle, fatto di asfalti e cementi. Di tir, di aggrovigliata logistica.

Da qualche giorno il prato è una piattaforma di terra sconvolta da ruspe. Gli arbusti, gli alberi, i roveri sono radici strappate e ceppi ribaltati per aria. La bellezza dell’angolo inghiottita oramai da un “normale” intervento dell’uomo . Un “normale” a cui non so rassegnarmi, di fronte al quale, ogni volta, sto male, inseguendo dei perché che, ogni volta, hanno risposte anche troppo banali, sono sempre le stesse: la necessità di una "scossa" confusa, le contraddizioni di un bel cambio di scena, la produzione e il profitto, gli affari. Mi si dice, appunto, che sull’aratura di adesso, un domani atterrerà un impianto fotovoltaico. Cioè: al posto di sospiri bucolici, una sequenza di tavole nere.

Se così fosse, sono altri e non nuovi i perché che mi frullano in testa. Per esempio: perché soluzioni come il fotovoltaico, nate per dare sollievo all’ambiente, finalizzate però a far soldi e non ispirate dal bene comune, finiscono spesso per produrre dei danni? Perché prevedere l’impianto proprio lì, se, guardando alle spalle, alla zona-Asti-mare, ci si trova a contatto di vista e di tocco con coperture a distesa di capannoni che potrebbero forse funzionare egregiamente a un identico scopo?

Infine, perché sperperare una risorsa per il paesaggio e l’ambiente, per la salute dei cittadini (sa chi ha deciso di quanti chili di CO2 l’anno - da 10 a 50 - la presenza di uno di quegli alberi garantiva l’assorbimento?), per la tutela dei luoghi e della memoria dei luoghi, per l’emozioni del sottoscritto e di qualcun altro? Mi fermo qui, su altri aspetti cercherò di informarmi. Magone.

Gianfranco Miroglio

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