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Un salto nella storia

Il Palio di Asti: da antico rito devozionale a mito comunale

Lo storico astigiano Luca Campini ripercorre i fatti che portarono alla più celebre corsa davanti alle mura di Alba e ci riporta indietro nel tempo alla fondazione della "villanova" di San Damiano

Particolare della corsa del palio del poco noto ex voto del 1826foto luca campini

Particolare della corsa del palio del poco noto ex voto del 1826 [foto di Luca Campini]

Malgrado sulla genesi del nostro Palio si possano avanzare soltanto supposizioni, grazie alla famosa testimonianza di Guglielmo Ventura abbiamo invece abbastanza chiaro quando e in quale contesto questa competizione equestre venisse disputata nel XIII secolo. Ed è sempre merito di quell’unica citazione della corsa del Palio giunta a noi in oltre due secoli di vita del libero Comune di Asti, se possiamo comprendere altresì come, nel momento in cui il Cronista astese rievoca i fatti del 1275 nel suo Memoriale, il rituale del Palio per gli astigiani si fosse ormai trasformato in qualcosa di ben più pregnante di una semplice competizione cavalleresca disputata, come soleva farsi, «in festo beati Secundi».

San Secondo, il martire cavaliere patrono di Asti nel quale l’intera comunità da sempre si riconosceva esaltandone la potenza, come recita lo stesso verso leonino cittadino: «Asti risplende nel mondo per merito del suo santo custode Secondo». Un Santo militare, miles in armis strenuus, costantemente invocato dagli astigiani durante le imprese militari e nei momenti di maggior pericolo per la sua città. Come fu appunto nell’estate del 1275, quando grazie al forte richiamo al concetto della difesa di una Patria comune – dove tutti i cives, dal contadino al cavaliere erano tenuti a servire in armi sotto al vessillo crociato – fu ritrovata una concordia sociale e civile intorno alla tutela delle libertà cittadine.

La corsa del Palio del 1677, Asti, Municipio. [Ottavio Baussano]

È del resto San Secondo, signifer caelestis, la cui presenza protettrice “aleggiava” alla testa dell’esercito della sua città, colui alla cui intercessione gli astigiani attribuirono la vittoria contro Carlo d’Angiò e i suoi alleati, tra i quali Alba, la nemica di sempre, che in quei lunghi anni di guerra, protetta dagli Angioini, tanto si era adoperata a danno di Asti. Ed è in onore del venerato patrono San Secondo, l’eroe e protettore celeste di quella vittoriosa campagna, che il 10 agosto del 1275, ricorrenza di San Lorenzo patrono degli albesi, davanti alle porte della cittadina langarola gli astigiani, indiscussi padroni del campo, corsero il Palio, così come soleva farsi ad Asti nel giorno della sua festa.

Come c’è già stato modo di chiarire in altra circostanza, fu, a mio avviso, un “Palio di guerra” disputato con un duplice intento. Anzitutto, per palesare la potenza militare del Comune di Asti – che all’epoca non era certo un fatto secondario – lanciando un messaggio dal forte valore politico e propagandistico; dopodiché, attraverso un gesto altamente simbolico, umiliare con sottile perfida gli Albesi, militarmente sopraffatti, proprio nel giorno della ricorrenza patronale. La scelta della data e del luogo non poteva del resto essere più eloquente. Nel cuore del territorio nemico, davanti agli albesi e nel giorno consacrato a San Lorenzo, gli astigiani portarono il proprio Palio pregno di sacralità. Con quel gesto vollero affermare non soltanto la potenza militare di Asti sui suoi avversari, ma anche la forza del proprio patrono: San Secondo, il defensor civitatis, contrapposto simbolicamente a San Lorenzo, patrono della città nemica sconfitta. Un episodio indubbiamente suggestivo in cui guerra e fede, realtà terrena e realtà spirituale, sembrano fondersi in un unico gesto rituale.

Un Palio, dunque, come tanti altri dell’Italia duecentesca dedicato al santo patrono, che diviene così orgogliosa rivendicazione della preminenza, in terra e in cielo, del libero Comune di Asti. Ma soprattutto un rito, una festa che si trasforma in simbolo civico identitario, segnando un cambiamento profondo che, probabilmente, contribuì a rinsaldare e a perpetuare il legame tra la città e il suo Palio assicurandone la sopravvivenza; a differenza di molti altri palii coevi che invece esaurito il loro tempo non sopravvissero al trascorrere dei secoli.

Foto Luca Campini

Prima di chiudere vorrei però aggiungere qualcosa sulla fondazione di San Damiano, che quest’anno compie 750 anni. In breve, la vittoria di Asti sugli Angioini, culminata nella battaglia di Roccavione, oltre a ridefinire gli equilibri di potere nel quadrante sud-occidentale del Piemonte, contribuì a ridisegnare parzialmente anche la geografia del territorio comunale, soprattutto a danno di alcune famiglie dell’antica aristocrazia locale che si schierarono al fianco di Carlo d’Angiò. Tra queste vi erano anche i signori di Gorzano, influente stirpe dell’Astisio, grossomodo il territorio che oggi conosciamo come Roero.

All’interno di questo quadro geopolitico, la fondazione della villanova di San Damiano va letta come il frutto di quel riordino territoriale voluto dal Comune di Asti all’indomani della vittoria, con l’obiettivo di rafforzare e fortificare il proprio dominio e garantire un’adeguata protezione su quel delicato versante posto a ridosso della città. Va altresì detto che, sebbene già nell’estate del 1275 le magistrature comunali avessero politicamente progettato la fondazione della villanova, per una serie di motivi – tra cui, non da ultimi, quelli militari legati alla guerra ancora in corso nell’Astisio – il nuovo borgo venne ufficialmente fondato nel 1276, durante la podesteria del genovese Manuele di Negro.

A dircelo, ancora una volta, è il buon Ventura: «anno sequenti [1276], tempore Marcelli de Nigro, ianuensis, potestatis Astensis, eadificata fuit villa Sancti Damiani consilio praedicti Marcelli». La nascita della villanova si inseriva dunque in una più ampia strategia di consolidamento militare del territorio comunale, proprio in un’area che gli eventi bellici di quegli anni avevano reso particolarmente sensibile.

Luca Campini

Luca Campini, classe ’69, è uno storico di Asti, ma con origini rocchesi alle quali tiene molto. Da sempre appassionato medievista, Campini si occupa di storia locale nell’età comunale, e di ricerca in campo araldico e sigillografico con particolare interesse al periodo due-trecentesco in area subalpina. Membro della Société Suisse d’Héraldique, è autore di saggi riguardanti argomenti legati alla storia medievale piemontese editi su riviste scientifiche italiane e internazionali. Ideatore nel 2003 del sito web Astiantica.com dedicato alla storia medievale astigiana, negli ultimi vent’anni ha collaborato in più occasioni con La Nuova Provincia con articoli divulgativi di storia astese.

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