Fede
13 Agosto 2026 15:35:00
Ci sono personaggi conservati tra le pagine dei libri di storia, altri tramandati dalla leggenda e dalla tradizione popolare come Enrico Comentina: un nobile astigiano, "patriarca cattolico e beato italiano noto anche come Enrico d’Asti” recita Wikipedia, morto a Smirne in modo violento nel 1345.
Enrico apparteneva alla famiglia Comentina che, nell’Asti medievale, era una delle casate più importanti e ricche ma la vita portò il giovane lontano dalle sue radici, Enrico entrò infatti nell’ambiente pontificio di Avignone dove ricoprì l’incarico di uditore pontificio poi, inviato come Legato papale in Oriente, raggiunse il punto più alto della sua carriera ecclesiastica con la nomina a patriarca di Costantinopoli.
Qui, in un’epoca in cui l’Oriente e l’Occidente cristiano erano rivali, fu coinvolto in una trattativa diplomatica e religiosa molto complessa e pericolosa tanto che, secondo la tradizione popolare, finì decapitato a Smirne mentre celebrava la Santa Messa. Ed è a questo punto, probabilmente, che inizia la storia affascinante e un po'; fantasiosa, quella in cui i fatti reali non possono più essere separati con certezza dalla leggenda.
Secondo la narrazione, quasi mezzo secolo dopo la sua morte, il corpo di Enrico Comentina dalle coste dell’Asia Minore arrivò ad Asti in modo avventuroso; si racconta che la cassa in cui era stato chiuso il corpo, a causa di una terribile tempesta che si scatenò durante il trasporto, cadde in mare e galleggiando prima sulle acque dell’Adriatico, poi del Po e quindi del Tanaro, arrivò fin nelle vicinanze di Asti dove fu rinvenuta. All’interno della bara il corpo del patriarca di Costantinopoli fu trovato intatto e ancora avvolto nei paramenti sacri.
È dopo questo episodio che Enrico, nel frattempo beatificato, fu soprannominato “il Santo dell’acqua” ed è a lui che ancora oggi, nei momenti di calamità atmosferiche come inondazioni o grande siccità, i fedeli si rivolgono.
Custodito per secoli in via Brofferio, nella chiesa di San Francesco del rione di San Paolo, quando la chiesa e l’adiacente convento nel 1801 furono soppresse fu trasferito nella Cattedrale di Asti dove tuttora riposa nella cappella del Santissimo Sacramento alla destra dell’altare, in una teca di cristallo coperta da un paliotto dorato che, nei momenti critici, viene rimosso per esporre le reliquie del beato ai fedeli.
«Anche in questi giorni di grande caldo e aridità, oltre a pregare in modo speciale perché questa siccità cessi, – sottolinea don Francesco Secco, parroco della Cattedrale dal 2024 – abbiamo esposto il beato, non succedeva da qualche anno e, in genere, sono i parrocchiani stessi a chiedere che le reliquie vengano scoperte fino alla prima pioggia ristoratrice».

Una storia particolarmente interessante, una tradizione sopravvissuta sorprendentemente a lungo che però pochi astigiani conoscono; non solo, infatti, una grande e nobile famiglia astigiana o una via del centro storico ma un nome dietro cui si cela un personaggio antico e sempre attuale, da invocare nei periodi di calamità atmosferiche, da conoscere e da raccontare ancora.
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