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20 Luglio 2026 17:05:53
La consigliera regionale Debora Biglia con il presidente della Regione Alberto Cirio
Riceviamo e pubblichiamo
Ho partecipato all'evento "Difesa e Sicurezza" dei Giovani di Forza Italia. È stato un confronto cruciale su come bilanciare sicurezza, tutela dei diritti e prevenzione. Un appuntamento a cui hanno partecipato il Presidente della Regione Alberto Cirio e il Senatore Roberto Rosso oltre a molti altri convenuti da remoto ma che denota una sensibilità all’argomento quanto mai utile e opportuno tra i temi toccati alcuni dedicati alla sicurezza di genere. Il rinvio della pena per madri e donne incinte, io credo che superare gli automatismi sia la scelta giusta. Affidare al giudice la valutazione del singolo caso permette di bilanciare la tutela del minore con la sicurezza della collettività e la certezza della pena. Ogni situazione è unica e lo Stato di diritto deve saperla valutare. Per la sicurezza sui mezzi pubblici e nelle stazioni, l'introduzione di aggravanti è un segnale importante per restituire libertà e tranquillità, soprattutto alle donne. Tuttavia, non possiamo limitarci alla repressione.
Ma la vera sicurezza nasce dalla prevenzione e l'educazione è il primo passo. Il rispetto va insegnato, così come il valore del consenso e della parità. Le parole che usiamo non solo descrivono la realtà, ma la costruiscono. Possiamo davvero pensare che una telecamera in più o una pena più severa siano sufficienti a risolvere un problema che nasce molto prima? Io credo di no. La sicurezza non può essere soltanto repressione. Deve essere soprattutto prevenzione. E la prevenzione comincia dall'educazione.
È anche il messaggio che abbiamo voluto lanciare con l'incontro organizzato qualche settimana fa proprio qui ad Asti insieme alla professoressa Marzia Camarda, che ha dedicato il proprio lavoro e il proprio manuale al tema del linguaggio e dell'educazione come strumenti di prevenzione della violenza. È stata un'occasione importante perché ci ha ricordato una verità che troppo spesso sottovalutiamo: le parole non descrivono soltanto la realtà, ma contribuiscono a costruirla.
Il rispetto non nasce spontaneamente. Si insegna. Così come si insegna il valore del consenso, della libertà dell'altro, della parità tra uomo e donna. Ogni volta che minimizziamo un insulto, che giustifichiamo un atteggiamento possessivo, che consideriamo normale una battuta sessista o liquidiamo una discriminazione con un "è sempre stato così", stiamo contribuendo, magari inconsapevolmente, a creare quel terreno culturale sul quale la violenza trova spazio.
Per questo il linguaggio è così importante. Conta il modo in cui parliamo ai nostri figli, il modo in cui insegniamo nelle scuole, il modo in cui comunichiamo sui social e perfino il linguaggio che utilizziamo nelle istituzioni. Le parole possono educare al rispetto oppure normalizzare la sopraffazione.
I numeri ci dicono con chiarezza quanto il fenomeno sia ancora presente. Nel 2024 i Centri antiviolenza piemontesi hanno preso in carico 3.964 donne e i contatti complessivi sono stati 7.559, quasi la metà dei quali riguardava donne che si rivolgevano per la prima volta ai servizi. Tra loro, oltre duemila sono madri, quasi millequattrocento hanno figli minorenni e ben 899 bambini e ragazzi sono vittime di violenza assistita. Il Piemonte dispone oggi di 22 Centri antiviolenza, 79 sportelli e 13 Case rifugio, una rete che è stata ulteriormente rafforzata grazie ai finanziamenti destinati alla prevenzione, all'accoglienza e alla formazione.
Ma il dato che più deve farci riflettere non è soltanto quello dei femminicidi o delle denunce. È quello delle quasi quattromila donne che ogni anno trovano il coraggio di chiedere aiuto. Significa che la violenza è molto più diffusa di quanto raccontino le cronache e che la risposta non può limitarsi all'intervento repressivo.
Come istituzioni abbiamo certamente il dovere di investire nella sicurezza urbana, nell'illuminazione, nella videosorveglianza, nella presenza delle forze dell'ordine e nella certezza della pena. Ma sarebbe un errore pensare che bastino nuove norme per cambiare una cultura. La sicurezza si costruisce anche nelle scuole, nelle famiglie, nei centri sportivi, nelle associazioni e in tutti quei luoghi nei quali si formano le nuove generazioni.
Una donna non è davvero libera se, prima di uscire di casa, deve chiedersi quale strada percorrere, a che ora rientrare o se sia meglio telefonare a qualcuno durante il tragitto. Quella non è libertà. E una società che costringe le donne a convivere con questa paura non può definirsi davvero sicura.
Le leggi sono indispensabili perché puniscono chi sbaglia e tutelano le vittime. Ma le leggi, da sole, arrivano sempre dopo. L'educazione, invece, arriva prima. È l'educazione che insegna il rispetto, che forma le coscienze e che può impedire che quella violenza si manifesti. Per questo sono convinta che la sicurezza di genere non sia soltanto una questione di ordine pubblico. È una grande sfida culturale. E il cambiamento, come tutti i cambiamenti più importanti, nasce prima nelle coscienze, poi nei comportamenti e infine nelle leggi.
Debora Biglia - Consigliere regionale di Forza Italia
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