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Nuovo centro di prima accoglienza ad Asti: «Cosa sapevano di questa decisione del Governo i deputati astigiani?»

Il Pd torna sul caso migranti dopo la diffusione della circolare ministeriale. Anche Marco Castaldo (Uil) commenta il caso: «Pensare di fermare tutto con gli slogan è illusorio»

hub annone

L'hub di Castello di Annone che potrebbe ospitare il nuovo centro governativo di prima accoglienza di Asti [foto di repertorio]

In merito alla querelle accesa dopo la diffusione della Circolare ministeriale che prevede, ad Asti, l'apertura di un nuovo centro governativo di prima accoglienza, l'unico nuovo centro del Piemonte, riceviamo e pubblichiamo gli interventi della segretaria provinciale e del coordinatore cittadino del Pd, Elisa Accossato ed Enrico Panirossi, e di Marco Castaldo dell'ufficio "H - Disabilità e fragilità" della Uil Asti-Cuneo.

«Cosa sapevano di questa decisione del Governo i deputati astigiani?»

“Allegato 4 - Nuovi centri governativi”. A parlare di Asti come nuovo punto destinato a ricevere migranti non è il Partito Democratico, ma il titolo sul documento del Ministero dell’Interno che abbiamo scovato nei giorni scorsi. Ed è noto a tutti che il luogo probabilmente interessato già oggi ospita migranti, ma si tratta di un CAS o centro di prima accoglienza, dunque molto meno problematico dei nuovi centri governativi che di fatto sono posti di frontiera. La notizia è che ci attende una trasformazione i cui impatti sono tutti da valutare. 

Ciò che accade è l’attuazione a livello nazionale del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, voluto dalle destre e rivendicato dal ministro Piantedosi come un successo del Governo italiano. Gli eurodeputati del PD non lo avevano votato, perché quel patto riduce le garanzie per i migranti senza risolvere le difficoltà di quei territori dove l’integrazione resta un percorso tutto sulle spalle delle amministrazioni locali. Il che ci riporta a Castello d’Annone: la questione che ci preoccupa non è tanto dove il Ministero vorrà aprire questo nuovo centro - Asti, Alessandria o Cuneo fa poca differenza - la questione che poniamo, casomai, è che cosa sarà questo nuovo centro? Che regole avrà? Che strumenti avranno le istituzioni locali per prevenire e gestire le conseguenze sociali sul territorio?

Per quanto riguarda i commenti dei deputati Coppo (Fratelli d’Italia) e Giaccone (Lega) ripetiamo le domande, perché le loro risposte sono state l’equivalente di un pallone buttato in tribuna. Cosa sapevano di questa decisione del Governo e come hanno pensato di preparare il territorio? Il Partito Democratico porterà la questione in Regione con un question time richiesto dal consigliere Fabio Isnardi, a cui la giunta dovrà rispondere martedì in aula.

Elena Accossato (Segretaria provinciale Pd)
Enrico Panirossi - Coordinatore Circolo città di Asti

«L’immigrazione non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di politica»

La reale o presunta riattivazione della struttura di Castello d’Annone ha riacceso, ancora una volta, la polemica politica sull’immigrazione. Coppo e Giaccone rivendicano la linea della sicurezza, i rimpatri e il contrasto all’irregolarità; dall’altra parte si denuncia il rischio di nuovi centri e di scelte calate dall’alto. Il problema è che, così facendo, si continua a discutere di immigrazione come se fosse solo un’emergenza, o peggio un’arma da campagna elettorale. Non lo è. È un fenomeno strutturale, antico quanto l’umanità: le persone si muovono per guerre, fame, persecuzioni, povertà, lavoro, futuro. Quasi mai lo fanno a cuor leggero.

Pensare di fermare tutto con gli slogan è illusorio. L’Italia è un Paese che invecchia, fa sempre meno figli e ha bisogno di lavoro: nelle campagne, nell’assistenza familiare, nella cura degli anziani, delle persone con disabilità, dei bambini, nella logistica, nei servizi. Molti lavori che il nostro sistema non riesce più a coprire vengono già svolti da cittadini stranieri. Fingere il contrario è comodo, ma falso.

Il vero nodo è la gestione legale degli ingressi. La Bossi-Fini, approvata nel 2002, ha costruito un sistema spesso rigido e poco aderente alla realtà: in molti casi il datore di lavoro dovrebbe assumere una persona ancora all’estero, senza conoscerla davvero, attraverso procedure lente, quote insufficienti e meccanismi burocratici che scaricano il peso su famiglie, imprese, consulenti e patronati. I “click day” sono diventati una lotteria digitale: chi arriva prima entra, chi resta fuori aspetta l’anno successivo. Nel frattempo, però, il bisogno di assistenza, lavoro e cura non aspetta.

L’irregolarità nasce anche da qui: da canali legali insufficienti, da permessi che scadono mentre le pratiche restano bloccate, da lavori persi e da rinnovi complicati. Non è vero che ogni straniero irregolare sia un criminale; è vero, semmai, che una persona senza documenti, senza casa regolare, senza contratto e senza prospettive diventa molto più esposta allo sfruttamento, al lavoro nero e, nei casi peggiori, alla criminalità organizzata.

Per questo la domanda seria non è se essere “buoni” o “cattivi” con i migranti. La domanda seria è: vogliamo governare il fenomeno o usarlo per spaventare i cittadini? Servono regole, controlli, identificazioni rapide, rimpatri quando previsti dalla legge, ma anche canali reali di ingresso, lavoro regolare, percorsi di lingua, formazione, responsabilità e convivenza. Sicurezza e umanità non sono alternative: una politica seria dovrebbe tenerle insieme.

La vera sfida, però, non si chiama solo inclusione. Inclusione significa spesso “ti faccio spazio nel mio mondo”. È già qualcosa, ma non basta. La parola più forte è interazione: vivere insieme, conoscersi, rispettarsi, contaminarsi, costruire relazioni quotidiane. Le scuole, da questo punto di vista, sono spesso più avanti della politica. Nelle classi siedono bambini e ragazzi di ogni origine, colore, lingua e storia familiare. Studiano insieme, litigano insieme, giocano insieme, crescono insieme. Non stanno facendo teoria sull’integrazione: la stanno già praticando.

È da lì che bisognerebbe ripartire: meno propaganda, meno paura, più realtà. Perché il futuro non sarà monocromatico. Sarà plurale. La differenza la farà il modo in cui sceglieremo di governarlo.

Marco Castaldo (ufficio "H - Disabilità e fragilità" della Uil Asti-Cuneo)

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