Dite la vostra
02 Luglio 2026 08:13:42
Due neodiplomate del Giobert commentano le modalità con cui oggi si creano i giudizi al termine del percorso di studi e lanciano una proposta [foto di repertorio]
Riceviamo e pubblichiamo
Ogni anno, al termine degli esami di maturità, si parla dei voti finali, dei “100”, delle lodi e dei risultati ottenuti dagli studenti. Si discute molto dei numeri, ma molto meno del sistema con cui quei numeri vengono costruiti.
Ed è proprio su questo che vorremmo proporre una riflessione. Oggi il voto finale è composto da un massimo di 40 punti assegnati durante il triennio e da altri 60 punti attribuiti nel corso dell’esame: 20 per la prima prova scritta, 20 per la seconda e 20 per il colloquio orale.
A nostro avviso questo equilibrio non valorizza adeguatamente il percorso scolastico di uno studente. Tre anni di studio, verifiche, interrogazioni, impegno quotidiano, crescita personale e costanza finiscono per avere un peso inferiore rispetto a tre prove sostenute nell’arco di pochi giorni. È difficile sostenere che due elaborati scritti di qualche ora rappresentino il 40% del valore complessivo di un percorso costruito in tre anni.
Il risultato è che uno studente serio e preparato può vedere ridimensionato il proprio voto finale per una giornata storta, per l’emozione, per una prova particolarmente difficile o per una commissione particolarmente esigente. Allo stesso modo può accadere il contrario: prove particolarmente riuscite possono compensare un percorso scolastico meno brillante.
Crediamo inoltre che vi sia un aspetto sul quale valga la pena riflettere. I crediti del triennio non sono attribuiti casualmente: rappresentano la sintesi di centinaia di ore di lezioni, verifiche, interrogazioni, esercitazioni e osservazioni da parte dei docenti. Sono il risultato di una valutazione costruita nel tempo. L’esame di Stato dovrebbe certamente certificare le competenze raggiunte, ma è giusto che poche ore di prove scritte possano incidere così tanto su un percorso già valutato nell’arco di tre anni?
Condividiamo invece il peso attribuito al colloquio orale. L’esame orale permette alla commissione di confrontarsi direttamente con il candidato, di verificarne la preparazione, la capacità di ragionamento, il senso critico e la maturità raggiunta. È probabilmente il momento dell’esame che meglio riesce a fotografare ciò che uno studente ha realmente acquisito. Comprendiamo anche le ragioni dell’attuale sistema: le prove nazionali servono a garantire criteri di valutazione quanto più possibile uniformi tra scuole diverse. È un principio importante, che nessuno mette in discussione.
La domanda, però, è un’altra: non sarebbe forse più equilibrato attribuire un peso maggiore al percorso scolastico, ad esempio portando i crediti del triennio a 50 punti e riducendo a 15 punti ciascuna delle due prove scritte, lasciando invariati i 20 punti del colloquio orale? In questo modo si continuerebbe a garantire il valore dell’esame finale, ma si riconoscerebbe anche il giusto peso all’impegno dimostrato con continuità durante gli anni di scuola.
Naturalmente questa è soltanto una riflessione, non una critica nei confronti dei docenti o delle commissioni, che svolgono con serietà e professionalità un compito delicato. Crediamo, però, che il confronto su questi temi sia sempre utile quando riguarda il futuro dei ragazzi.
In ogni caso, al di là di qualsiasi sistema di attribuzione del punteggio, il vero risultato della maturità non dovrebbe essere un numero scritto su un diploma. Ciò che conta davvero è ciò che uno studente ha imparato, le competenze che ha acquisito, il metodo di studio che ha costruito e la persona che è diventato durante il proprio percorso scolastico. Il voto finale dovrebbe rappresentare soprattutto una soddisfazione personale per l’impegno profuso in questi anni, non l’unico metro con cui misurare il valore di un percorso che dura tre anni e che, spesso, lascia molto di più di quanto possa raccontare un semplice numero.
Due neodiplomate del Giobert
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