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Panda Rei spegne il motore: va in pensione l'infermiera domiciliare che ha raccontato l'umanità delle cure domiciliari

Laura Binello da qualche giorno ha "appeso il camice al chiodo". In un libro le sue esperienze nelle case di malati di mezza provincia.

Panda Rei spegne il motore: va in pensione l'infermiera domiciliare che ha raccontato l'umanità delle cure domiciliari

Panda Rei parcheggia in garage, lascia le chiavi nella ciotolina dietro l’uscio di casa e si ferma. O meglio, ferma quella sequenza infinita di turni, di camice lindo, di chilometri per le colline astigiane, di sorpresa ad ogni appuntamento fissato dal centralino Asl. Panda Rei è la “creatura” narrativa di Laura Binello, l’infermiera scrittrice che ha abituato i suoi followers alla poesia, all’emozione, alla delicatezza e alla scorrevolezza dei suoi racconti.

Tutti veri, peraltro, camuffati solo nelle parti che tutelano la privacy dei suoi utenti.

Laura Binello da lunedì è un’infermiera domiciliare in pensione. Dopo 42 anni di lavoro, dalla Geriatria all’ambulatorio infermieristico territoriale passando per la Diabetologia, appende il camice al metaforico chiodo ed esce di scena portandosi dietro centinaia di storie. Perché di quella lunga carriera da infermiera, il pezzo più lungo lo ha passato alle cure domiciliari della zona di Costigliole, Castagnole Lanze e Coazzolo. Ad ogni turno, c’era la Panda bianca “targata Asl” che l’aspettava e una lista di visite da fare. Casa per casa. Senza sapere, nella maggior parte dei casi, cosa aspettarsi.

Un lavoro complesso che Laura Binello ha affrontato con gli strumenti più affilati che possiede: l’ironia, l’autoironia, la compassione (nell’accezione più alta del termine) e la straordinaria capacità di scrittura.

Panda Rei è stato un fenomeno editoriale locale (e non solo) perché ha racchiuso dieci anni di quelle visite a domicilio. Tante storie di famiglie, di uomini o donne sole, anziani, giovani, che hanno affidato, ad orecchie sensibili come quelle di Laura, le loro emozioni più profonde e le loro altrettanto profonde paure nell’affrontare la malattia.

«Fin dagli inizi degli Anni Novanta avevo l’abitudine di annotarmi su un taccuino quello che mi capitava nella giornata di lavoro – racconta l’infermiera in pensione da cinque giorni – Non sapevo ancora che quella che praticavo si sarebbe chiamata, anni dopo, “medicina narrativa”. Per me era una necessità quella di fissare su carta le emozioni, belle o brutte che fossero, che mi attraversavano nella giornata di visite a casa delle persone».

Tempi in cui non esistevano i navigatori satellitari sulle pandine dell’Asl né i Gps sui cellulari. Non esistevano neppure, i cellulari. «Non posso contare quante volte, ad inizio turno, mi sedevo sulla Panda, stendevo la mappa di Asti e provincia sul volante e mi prendevo i punti di riferimento cartografici per ottimizzare il mio giro dai pazienti».

E poi si partiva e ogni volta il programma saltava perché lei non era solo l’infermiera che cambiava la medicazione o le fasciature. Era una persona accolta come un dio, meglio di un medico, perché portava cura, medicine, pannoloni e altri ausili fondamentali per chi ha un malato in casa. Soprattutto, Laura Binello portava con sé un ascolto rarissimo da trovare in altri professionisti sanitari.

«Ogni visita era diversa dall’altra – ricorda – e ogni tempo di cura sfuggiva alla burocratizzazione e alla insistente necessità di “protocollare” tutto».

Tante le storie rimaste nel cuore.

«Sopra tutte quella di tre sorelle da sposare che vivevano in una grande cascina. Tutte ultra80enni in stato di semi abbandono. Io andavo per una di loro, l’unica malata, ma alla fine le curavo tutte e tre. Sono stata per anni il loro punto di riferimento per tutta la rete di assistenza sociale attivata per tenerle a casa, insieme, senza dividerle».

E poi i giovani, quelli che più toccano le corde profonde di chi ha scelto la cura come mestiere.

«Ho avuto in cura per oltre 10 anni un ragazzo affetto da grave forma di sclerosi multipla con una madre anziana disperata per la paura di andarsene e lasciarlo. Ogni mese, per 10 anni, anche se non avevo l’appuntamento segnato per un servizio, passavo lo stesso di lì, a fare due chiacchiere con la donna per farle sapere che non era sola».

Ma Panda Rei, che continua ancora ad essere presentato ad oltre dieci anni dalla sua edizione, contiene anche storie belle e a lieto fine.

«Questo risale all’ultimo periodo in servizio all’ambulatorio infermieristico dove ho incontrato una compagna di scuola in veste di pazienta oncologica. Ho vissuto con lei la malattia: dalla diagnosi alla chemio, alla perdita dei capelli ma anche alla sua guarigione. Il cerchio di guarigione per lei e per tutti gli altri finisce con un abbraccio, una “dimissione emotiva” che serve a me più che a loro».

Laura Binello per anni è stata l’infermiera che a Natale faceva un pensierino a tutti i suoi pazienti, come il braccialetto giallo con la scritta “tengo duro” oppure la bustina di semi per dare un segno di speranza e futuro.

E ora? «Svestito il camice da infermiera, mi piacerebbe trasmettere la mia esperienza nella formazione dei futuri infermieri».

Ma non smetterà di scrivere. In fondo non lo ha mai fatto perché dalle pagine di carta di Panda Rei Laura Binello da tempo è passata alle pagine virtuali dei social dove i suoi racconti continuano a rappresentare un’ancora di umanità per tutti coloro che hanno a che fare con la malattia. Siano essi pazienti, operatori sanitari, parenti e amici.

 

 

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