Dite la vostra
24 Giugno 2026 14:17:38
La Casa del Teatro 3 di via Scarampi
In merito alla chiusura della Casa del Teatro 3 - l'Arcoscenico, riceviamo e pubblichiamo una lettera di Luca Capello, allievo degli attori Sergio Danzi e Ileana Spalla.
Sono giorni di lutto quelli che sta vivendo il mondo della cultura astigiana: un uomo caro e prezioso se l’è portato via, troppo presto, la malattia; questo potrebbe già bastare a chiudere il discorso, la morte di un essere umano è tragedia di fronte alla quale tutto il resto scompare, ma a ciò si aggiunge anche il fatto che un teatro amato da chiunque l’ha frequentato e prezioso per la cifra culturale della città, l’Arcoscenico (Casa del Teatro 3 ndr), ha appena dovuto chiudere i battenti, spento, abbattuto - mentre era in piena salute, un delitto in piena regola – a causa di una decisione dell’autorità comunale che poteva benissimo essere evitata, diversa, ingiusta nei confronti dei titolari dell’attività e dannosa ed impoverente per tutta la cittadinanza.
Sono giorni in cui l’assessore alla cultura annuncia entusiasta sui social la partecipazione di ospiti straordinari all’imminente edizione di Astimusica: bene, bravo, grazie! Ottima notizia soprattutto per chi può permettersi il biglietto di certi spettacoli, ma il punto è che la cultura di una città non si plasma tanto a colpi di Pooh, Giorgia e Il volo, quanto piuttosto coltivandola giorno per giorno nei luoghi in cui si fa, più che assistervi, in cui le persone, a cominciare dai giovani, imparano a guardarsi dentro, a mettersi in gioco in prima persona, a crescere insieme e non contro gli altri, a condividere, a saper chiedere e dare aiuto, ascoltare, rispettarsi e rispettare, insomma in cui si impara a diventare grandi, consapevoli, attori della propria vita e non solo spettatori delle decisioni e delle prestazioni altrui.
Questo è quello che hanno fatto in tutti questi anni nella loro scuola di teatro, autentica e unica “cantera” teatrale astigiana, Ileana Spalla e Sergio Danzi, investendo fiduciosi su Asti, loro che astigiani non sono, i risparmi di una intera vita professionale attoriale, spendendo infinite energie e dedizione, la loro grande professionalità e la passione, l’amore, perché il teatro è stato ed è la loro vita, orgogliosi e felici della ricompensa fatta dei sorrisi, della gioia e della gratitudine degli allievi e spessissimo dei loro genitori ed insegnanti e… soldi pochi, giusto il minimo per tirare avanti, ma su questo glissavano sempre.
Queste sono le ragioni per cui l’Arcoscenico non doveva essere chiuso, bisognava aiutarli a trovare una soluzione che permettesse loro di andare avanti (e questo non è stato fatto, non ci sono state proposte di alternative realisticamente percorribili, accettabili), non si doveva buttarli via come “vuoti a perdere”, per giustizia e per opportunità (se stiamo parlando di fare cultura) perché un’altra realtà paragonabile a questa, ad Asti non c’è. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma rimane il fatto che tra le compagnie in attività, non ce n’è nessuna che faccia il tipo di lavoro che hanno fatto fino a ieri Ile e Sergio, in particolare con i ragazzi, con le scuole. Per non parlare del boccascena progettato da Ottavio Coffano e realizzato da Sergio, un gioiellino di arte ed artigianato, che fine farà?
Sabato mattina al Diavolo rosso ho sentito citare il “metodo Porro” ossia il confidare che alla fine le cose si sistemano e vanno per il verso giusto; sì, ma quello di Gian non era certo quel banale ottimismo che pretende di ipotecare senza titoli il futuro - un tempo che non ci appartiene - bensì un confidare nel buon esito delle vicende in virtù della bontà del proprio agire e della capacità di coinvolgere, trascinare chi sta intorno. Qui, fino ad ora, ci sono solo state parole di circostanza e promesse non mantenute.
Sono i giorni del solstizio, questa sorta di ossimoro astronomico per cui l’estate inizia proprio quando le giornate cominciano ad accorciarsi, ma in fondo la contraddizione è solo apparente; in realtà ragione ed esperienza ci insegnano che ogni (ri)nascita discende da una morte, ne dipende, e allora speriamo.
Se per noi umani c’è un’altra vita dopo questa, Gian Porro, indimenticabile compagno di squadra in un mitico torneo di calcio del Mixi bar, giocato in una vita precedente sul campo del Don Bosco si è meritato il meglio, con la sua vita terrena. E se c’è un’attività, una fabbrica di cultura, una scuola di teatro, un laboratorio di vita, di crescita per tanti giovani, che si è meritata sul campo (e sul palco) di avere un’altra possibilità di poter tornare a vivere, per continuare a regalare pensieri, emozioni, sogni, bellezza a chiunque abbia voglia di ricevere questi doni (senza doversi mai preoccupare del costo del biglietto) quello è l’Arcoscenico. Diamoci da fare, facciamoci sentire, facciamoci vedere, diamogli una mano.
Luca Capello
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