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Intervista

«Con Don Puglisi, nel quartiere Brancaccio, abbiamo scosso le coscienze dei giovani togliendo il consenso alla mafia»

L'ex viceparroco del Beato Pino Puglisi, Gregorio Porcaro, racconta la rivoluzione della prossimità, l'eredità educativa contro la criminalità e la sfida di stare tra i giovani ereditati da 3P

Gregorio Porcaro

L'ex viceparroco di Don Pino Puglisi, Gregorio Porcaro, che lavorò al suo fianco nel quartiere Brancaccio fino alla fine

Martedì 12 maggio, alle ore 20.45, la Collegiata di San Secondo di Asti ospiterà “Semi di Giustizia”, un incontro speciale per ricordare la figura e l'opera di Padre Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio (PA) ucciso dalla mafia nel 1993. L’evento è promosso da Libera Asti in collaborazione con la Diocesi, la Pastorale Giovanile e Universitaria, l’Azione Cattolica e gli scout Agesci. L’appuntamento intende raccontare "3P" non solo come martire, ma come educatore sociale che lavorò instancabilmente per sottrarre i ragazzi alla malavita, offrendo loro una prospettiva di vita onesta.

Gregorio Porcaro è stato il viceparroco e stretto collaboratore di Padre Puglisi nella parrocchia di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, durante gli ultimi anni della vita del sacerdote. Insieme, i due hanno vissuto e promosso una "rivoluzione della prossimità" e della gratuità, operando in un territorio ad alta densità mafiosa per offrire ai giovani un'alternativa basata sulla dignità e sulla libertà dalle infrastrutture mentali criminali. Oggi, la vita di Gregorio Porcaro ha preso una strada diversa, ma coerente con quegli insegnamenti: dopo aver lasciato il sacerdozio per formare una famiglia, è diventato insegnante in un liceo artistico di Palermo. Oggi continua a portare avanti l'eredità educativa di Don Pino nel quotidiano e attraverso l'impegno sociale con l'associazione Libera.

Padre Pino Puglisi con il suo viceparroco Gregorio Porcaro

Lei è stato definito il braccio destro di Don Puglisi a Brancaccio negli anni più difficili. Qual era l'aspetto più rivoluzionario del vostro metodo di lavoro?

Più che braccio destro, mi piace ricordare che Don Pino, appena arrivai, mi definì davanti alla comunità come il suo "compare". Qui a Palermo, il compare è la persona di cui ti fidi ciecamente. Il nostro metodo era incentrato sulla prossimità: stare in mezzo alla gente, diventarne parte e imparare il suo linguaggio per dialogare con tutti. Abbiamo vissuto, già trent’anni fa, quella chiesa povera per i poveri di cui parlava Papa Francesco. Ma la vera rivoluzione nelle coscienze partiva quando la gente, a cominciare dai bambini, si sentiva amata gratis. Quando le persone iniziano a fidarsi di se stesse, la mafia perde il suo cardine fondamentale: il consenso.

Don Pino insegnava che l'unione fa la forza. In che modo questa filosofia riusciva a rompere il silenzio complice del quartiere?

Il lavoro più impegnativo era essere noi stessi credibili. La rivoluzione iniziava dai piccoli gesti che a Brancaccio sembravano assurdi, specialmente tra i bambini: chiedersi scusa, dirsi grazie, chiedere le cose per favore. I ragazzi ci guardavano con curiosità perché vedevano che sorridevamo tra di noi. Quando andavamo nelle zone difficili e ci prendevano a pietrate e a sputi, noi il giorno dopo tornavamo. Quando i bambini ci chiedevano "quanto ti danno per fare questo?" e noi rispondevamo "niente, lo faccio perché ti voglio bene", loro andavano letteralmente in tilt. Quello era l'inizio del cambiamento.

Oggi lei è un insegnante. Quali analogie vede tra la Brancaccio degli anni '90 e le fragilità dei giovani di oggi?

Sono molto d'accordo sul fatto che il messaggio di Puglisi sia attualissimo. Se negli anni '90 la mafia usava il mito del denaro facile, oggi i ragazzi affrontano un abbandono e una solitudine enormi. Viviamo in un mondo di fragilità dove i giovani non sono più abituati a perdere o a gestire la frustrazione che dà una sconfitta. Nella logica dei videogiochi, se perdi, ricominci subito; invece la sconfitta è ciò che fa crescere e ti fa chiedere dove hai sbagliato. Oggi si spacciano i desideri per bisogni - il cellulare, la macchina, l'abito costoso -, ma la vera sfida è accompagnare ogni ragazzo in un viaggio interiore per scoprire che la propria unicità, insieme a quella degli altri, può cambiare il mondo. Dobbiamo far capire loro che non sono il futuro, ma l'oggi della società.

Nel 1993, a Brancaccio, le minacce dei Graviano si fecero pesanti. Come riuscivate a mantenere quell'ottimismo e quel sorriso nonostante il clima di tensione?

Don Pino ci infondeva la certezza che stavamo percorrendo la strada giusta. Lui faceva da parafulmine, intercettava ogni messaggio negativo e minaccia per proteggere noi collaboratori. Si addossava ogni colpa per lasciarci lavorare sereni e aveva una frase che per noi era un mantra: «Vabbè, che ci possono fare? Ci ammazzano? E poi che hanno concluso?». Ce lo diceva sorridendo, e per noi sembrava quasi un gioco; ma alla fine evidentemente, senza capirlo, abbiamo tirato troppo la corda.

Il Beato Giuseppe "Pino" Puglisi fu assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993 nel quartiere Brancaccio di Palermo

Qual è il ricordo più vivido che conserva di quel tragico 15 settembre 1993?

Io non ero presente al momento dell'omicidio, ero fuori Palermo con amici. Quando tornai e andai in ospedale, il magistrato mi portò nella stanza dove c'era il corpo di Don Pino su un tavolo di marmo. Quando scoprì il lenzuolo, vidi una cosa che ho ancora stampata nella mente: il viso di Puglisi che rideva. Era lo stesso sorriso di quando ci prendeva in giro; sembrava volerci dire: "Ci state credendo tutti che sono morto". Sappiamo che ha sorriso anche al suo assassino e quel sorriso è stato un messaggio dirompente: hanno provato a spegnerlo, ma non ci sono riusciti.

Oggi, dopo aver lasciato il sacerdozio e aver formato una famiglia, come vive l'eredità di Don Pino?

Padre Puglisi mi ha insegnato a non dare nulla per scontato e a non aver paura di ricominciare da zero. Ho chiamato il mio primo figlio Matteo, che significa dono di Dio. Continuo a portare il messaggio di Puglisi nel mio lavoro di insegnante e con l'associazione Libera. Spesso la gente mi dice che rido sempre, ma credo sia un passaggio di consegne, un'eredità che ho ricevuto da lui.

A distanza di anni, pensa che la società abbia imparato a "rompere le scatole" come chiedeva Padre Puglisi?

Siamo riusciti a rompere le scatole e a gridare che vogliamo un mondo diverso. Nutro soprattutto una grande speranza nei giovani perché noi adulti rischiamo di trasformare Don Pino in un santino inarrivabile da appendere al muro, ma i ragazzi riescono ancora a emozionarsi profondamente per la sua storia. Quando vedo i miei studenti del liceo artistico disegnare la sua vita, capisco che il cambiamento è in atto. I giovani hanno bisogno di guide vere, di essere ascoltati oggi, senza rimandare a domani.

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