In piazza Zoppa c'era il ballo a palchetto, mentre a pochi metri di distanza, le giostre sulla spianata battuta dalla pioggia. Erano quattro giorni che l'acqua cadeva dal cielo quasi
In piazza Zoppa c'era il ballo a palchetto, mentre a pochi metri di distanza, le giostre sulla spianata battuta dalla pioggia. Erano quattro giorni che l'acqua cadeva dal cielo quasi ininterrottamente. Canelli si apprestava a celebrare la Fiera di San Martino e ad accogliere la carovana del tartufo.
C'erano tutti gli ingredienti per un bel weekend. Ma la pioggia stava rovinando i piani. Quel giorno, era sabato 5 novembre del 1994, partii a metà mattinata per Asti: dovevo prendere il treno per Torino. In regione Opessina una coltre d'acqua di oltre venti centimetri aveva occupato l'incrocio, incuneandosi all'interno delle auto che si avventuravano a guadarla. Poco dopo Montegrosso una squadra di cantonieri della Provincia lottava contro il fiume di fango che scendeva dalle colline. Preludio di una giornata difficile, pensai. Presagio che si alimentò alla stazione di Asti, semideserta: il collegamento ferroviario era interrotto, "tra Alessandria e Genova" gracchiava l'altoparlante. Sapemmo, poi, che agli Orti di Alessandria il Tanaro s'era mangiato la ferrata. Ripercorsi al contrario la Asti-Mare. A Montegrosso gli operai avevano desistito e stavano chiudendo la strada: a l'Opessina rischiai di inabissarmi.
Canelli aspettava. Un'attesa silenziosa, la tensione si tagliava con il coltello. Incontrai, in piazza Cavour, il segretario comunale Luigi Merlino. «Ha visto il Belbo?» disse, allarmato. Il fiumiciattolo aveva superato abbondantemente il livello di guardia. Un boato fece sussultare le poche persone che, preoccupate, guardavano il torrente limaccioso: una cisterna sradicata da chissà dove passò sotto il ponte di corso Libertà urtando l'arcata in cemento armato, squassando il sordo rumore del fiume in piena facendo vibrare la struttura. Tra i commercianti regnava l'incertezza: le "allerte" non esistevano ancora, ci si affidava all'intuizione. Qualche negoziante stava sbaraccando, altri riponevano le mercanzie sugli stalli più alti: "non si sa mai, se il Belbo esce" si diceva. Alle 18 pareva fosse suonato il coprifuoco: negozi chiusi, serrande sbarrate, pochissime auto in circolazione. Una città spettrale. Poco prima delle 21 transitai da piazza Cavour: un vigile urbano mi intimò, iroso, di andarmene. In viale Risorgimento, all'incrocio con via Robino, la strada s'era riempita d'acqua sporca zampillante dal tombino.
Poi, il silenzio rotto da un rumore ovattato: il suono della devastazione. L'alluvione era arrivata.
L'acqua avanzava in via Robino: mi stupii che risalisse rigogliosa il falsopiano. La vedevo avvicinarsi ai palazzi. Improvvisamente, deviò nel catino dell'ex galoppatoio: in poco meno di tre ore 25 mila metri/cubi d'acqua trasformarono l'invaso in lago melmoso.
Con tre amici attraversai, cauto, il ponte Goria e, da via Riccadonna, giunsi al limitare del ponte di corso Libertà. Un vigile ci fermò. «E' pericoloso, il Belbo è uscito dalla ferrata» spiegò. Il Belbo, o quel che era, si scorgeva nell'oscurità: i cavalloni transitavano da viale Risorgimento a viale Indipendenza come fossero colonne impazzite, trasportando tronchi, auto, alberi divelti che galleggiavano garruli tra le piazze Cavour, Zoppa e Gancia.
Quella notte non dormimmo. Alle 6 di domenica mattina ero affacciato alla balaustra di San Rocco: davanti a me, in basso, solo devastazione. Mi si avvicinò Vittorio Vallarino Gancia: ci guardammo, sconsolati. «L'acqua è entrata nella cantina di via Buenos Aires» disse. Scesi lungo la Sternia con il cuore in gola. Da Casa Bosca capii che cosa aveva combinato il Belbo. Le vetrine della maggior parte dei negozi non esisteva più, strappate dalla furia della natura insieme alle serrande. Piazza Cavour era la fotografia di un girone infernale: il bancone del Caffè Torino era stato divelto e spostato di qualche metro, locali commerciali totalmente vuoti, l'acqua s'era portata via pure la mobilia. Le spesse vetrate del "cubo" della gioielleria Zavarte erano state fatte saltare dalla violenza di un tronco d'albero che l'aveva abbattute come un ariete. In via 1° Maggio una Fiat 127 era incastrata, a tre metri d'altezza, nella volta che univa due case. Spazzate via le sedi di Croce Rosssa e Fidas. Il Municipio era semi allagato.
E c'era la gente. Incredula, sgomenta, con il magone grande così, disperata. Ma con già la voglia dentro di ricominciare. Comparvero i primi badili, si cominciò a spalare: bisognava ripulire. Furono ore buie. Il lunedì trascorse ancora come in tranche: la gente ripuliva muri, scopava fuori acqua dalle casa, pompava liquido marrone dalle cantine ma senza un ordine preciso. Il Comune s'accasò alla scuola Dalla Chiesa. Martedì comparve la prima carovana di aiuti: erano i Vigili del Fuoco Volontari di Trento, un avamposto di quel che gli "angeli in tuta rossa" fecero per Canelli nelle settimane successive. Arrivarono le squadre da Bellinzona, i Bersaglieri del battaglione "Legnano", i giornalisti. Carta stampata e televisione scoprirono Canelli, la città più colpita dall'alluvione in Valle Belbo. Lorenzo Giribone annodò un filo diretto con Gianfranco Funari, anchorman di Mediaset. Migliaia di giovani e famiglie, nei weekend, venivano a spalare fango: a loro è stata intitolata una via. Bastarono poco più di trenta giorni a Canelli per risorgere o, quantomeno, per darsi un tocco di normalità. I negozi riaprirono i battenti, fu un Natale di solidarietà.
Il Belbo scorreva quatto e pacioso. Ma nessuno restituì più il sorriso a Elide e Fiorentino Genovese, i coniugi canellesi che la furia di acqua e fango inchiodarono nella cantina dov'erano andati per mettere in salvo qualche bene, trasformatasi in bara. E Giacomo Garesio, veterinario, il cui cuore non resistette al dolore. Ricordi, per non dimenticare.
Giovanni Vassallo