Smart working: potrebbe essere definita la parola dell’anno (dopo il Covid). Una forma di lavoro che in Italia, prima di marzo, era praticata da pochi lavoratori, spesso autonomi e che stentava a decollare. I ripetuti lockdown hanno invece imposto un veloce cambio di mentalità con lo stravolgimento dell’idea tradizionale di “luogo di lavoro”. Ma dal punto di vista sindacale tutto è stato rispettato?
Decisamente no, a sentire la Cgil. Che, ricollegandosi alle tante domande di dimissioni presentate dalle donne, ricorda come proprio lo smart working, per alcune di loro, fosse impossibile da praticare a causa della particolare composizione familiare e di spazi di casa non adeguati al lavoro.
«Il telelavoro o smart working è stato scaricato interamente sulla schiena dei lavoratori – dice Luca Quagliotti, segretario generale della Cgil di Asti – mentre le aziende dovrebbero fornire sia l’hardware che le connessioni da casa. Proprio su questo si sta aprendo un tavolo a livello nazionale per dare regole precise al lavoro da casa, compreso il diritto alla “disconnessione”. In realtà la pubblica amministrazione ha già una norma che regola il telelavoro, ma è stata disattesa».
Perché è così importante darsi regole precise sullo smart working?
«Per due ordini di motivi principali – risponde Quagliotti – Il primo è che si rischia un nuovo sfruttamento, visto che, mediamente, i dipendenti in remoto lavorano fino al 50% in più che in ufficio. E poi perché non deve essere una modalità totalizzante: almeno due volte alla settimana serve il lavoro in presenza per mantenere la condivisione che evita l’isolamento dei lavoratori. Perché, ricordiamo, un lavoratore isolato è molto più fragile».
d.p.
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