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Douja d'or

Mobrici: "Servono gli Stati generali del vino. La vera sfida è garantire alle imprese la possibilità di generare valore"

Il presidente del Consorzio Barbera e vini del Monferrato: Se i viticoltori abbandonano le vigne, non perdiamo soltanto produzione agricola e occupazione, ma rischiamo di compromettere anche il modello di enoturismo che negli ultimi anni è diventato un motore fondamentale di sviluppo per il territorio

MOBRICI

Filippo Mobrici

La vendemmia 2026 nel territorio del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato si apre con segnali incoraggianti. Le vigne hanno reagito bene a una stagione segnata da eventi climatici sempre più variabili, restituendo un quadro vendemmiale complessivamente molto positivo: le prime stime indicano infatti una produzione equilibrata e in linea con il potenziale del territorio, con prospettive incoraggianti sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo. 

Dietro queste prospettive favorevoli si nasconde però una realtà più complessa: le aziende vitivinicole devono confrontarsi con un contesto economico difficile, segnato dalla contrazione dei consumi, dalla pressione sui prezzi e da una crescente incertezza produttiva.  

«Serve una maggiore attenzione del mondo politico alla grave crisi del nostro comparto»: dalla Douja Filippo Mobrici presidente del Consorzio della barbera e dei vini del Monferrato con una lunga esperienza sul campo come manager della Bersano, una delle storiche cantine piemontesi, lancia un accorato appello.

Che cosa vuole chiedere alla politica?
C’è un combinato disposto che sta appesantendo il mondo del vino: i cambiamenti climatici che influiscono sulle produzioni viticole, una campagna denigratoria nei confronti del vino volta a demonizzarlo, un cambiamento dei gusti e nuove leggi che se pur comprensibili, di fatto limitano il consumo di vino. Noi come produttori facciamo la nostra parte, ma non basta.

Che cosa serve allora?
Io ringrazio il presidente Cirio e l’assessore Bongiovanni per la loro sensibilità, credo però occorra promuovere una sorta di Stati generali del vino, coinvolgendo tutti gli attori per definire delle linee. Si deve spiegare che il vino non è solo una bevanda idroalcolica, come qualcuno cerca di far passare, ma è storia, cultura, è lavoro, è economia e difesa del territorio: insomma è ricchezza.

La Douja ha ancora un ruolo in questo senso?
Certo, perché ci permette di incontrare direttamente chi beve il vino, chi lo vuole conoscere. Manifestazioni come queste sono punti di riferimento perché grazie alla loro lunga storia, sono sinonimo di autorevolezza. Qui il vino non si beve solamente, ma si conosce e si scopre il territorio che lo produce.

Si vedono anche tanti giovani, ma in quella fascia d’età il consumo sta diminuendo...
Le cause sono diverse, senz’altro il cambiamento dei gusti. Ma qualcosa abbiamo sbagliato anche noi: troppi tecnicismi, troppo parlare di retrogusto. Va bene in un simposio di esperti, ma dobbiamo imparare a parlare di vino in modo più semplice, più pop, e stare attenti ai prezzi soprattutto se vogliamo rivolgerci ai giovani.

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