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Intervento

"La Banca di Asti avvia un maxi prepensionamento per facilitare poi la vendita?"

La preoccupazione del consigliere comunale e provinciale Mauro Bosia: "Per i dipendenti un'opportunità imperdibile, ma rischia di rimetterci il territorio"

"La Banca di Asti avvia un maxi prepensionamento per facilitare poi la vendita?"

Riceviamo dal consigliere comunale di Uniti Si Può Mauro Bosia e pubblichiamo

Un massiccio piano di prepensionamenti con uno “scivolo” fino a cinque anni. Dopo l'aumento della pressione sui dipendenti già denunciata dai sindacati, la riduzione degli organici potrebbe rappresentare la seconda mossa di questa nuova governance della banca di Asti. E se si considera anche la sostituzione massiccia della dirigenza storicamente affezionata all’azienda, già in corso, porterebbe in poco tempo a termine il restiling della struttura aziendale.

L'operazione comporterebbe un forte impatto negativo sul bilancio dell'anno in corso. La banca dovrebbe infatti accantonare immediatamente le risorse necessarie per finanziare gli accompagnamenti alla pensione, con il rischio di chiudere l'esercizio in perdita o comunque con un forte ridimensionamento. L'effetto, però, sarebbe destinato a ribaltarsi già dall'anno successivo. Una volta sostenuto il costo dei prepensionamenti, infatti, la riduzione del personale alleggerirebbe il costo del lavoro determinando un aumento esponenziale della redditività.

Per i lavoratori prossimi alla pensione, un'operazione di questo tipo potrebbe rappresentare un'opportunità imperdibile, e sicuramente sarebbe ricevuta con entusiasmo. Impossibile biasimarli, soprattutto considerando gli scenari economici attuali. Tantomeno vogliamo condannare a priori come negativa la strategia dei prepensionamenti che già è stata usata in passato e che può rappresentare un modo per nuovi ingressi nel mondo del lavoro.

Ma è proprio questo il punto, le assunzioni, che non crediamo andrebbero a sostituire al 100% il personale in uscita: speriamo di essere presto smentiti, ma visti i ragionamenti fatti in questi mesi dai registi di questa nuova governance bancaria crediamo che il turnover sarebbe effettuato al minimo delle possibilità.

Minimo che generalmente prevede un dipendente assunto per ogni due pensionati, ma ricordiamo che non esiste vincolo di legge per scongiurare che questo avvenga a percentuali inferiori o nulle. In altre parole, è probabile che il tutto significherá una perdita di posti di lavoro sul territorio - considerando che il saldo negativo di dipendenti per quest'anno è già di diverse decine - per aumentare i profitti degli azionisti, con uno schema già visto più e più volte.

Le condizioni per un delitto perfetto ci sono tutte: i dipendenti sarebbero contenti perché potrebbero andare in pensione, gli azionisti perché aumenterebbero i profitti dall'anno successivo, l’operazione potrebbe facilmente essere giustificata con la possibilità di avere più fondi da spendere sul territorio tramite la fondazione, magari approfittandone per rinnegare la gestione precedente rea di aver fatto rendere poco l’istituto. Insomma, non sarebbe difficile gestire gli animi e l'opinione pubblica, anche se ci sarebbero inevitabilmente pesanti ripercussioni su organizzazione del lavoro, apertura delle filiali e qualità del servizio.

E allora chi ci rimetterebbe? In primis il territorio, di cui tanto ci si riempie la bocca, perderebbe centinaia di posti di lavoro. E poi, ed è questo il vero modo della questione, la banca stessa, diminuendo il personale e aumentando i profitti, si vedrebbe “tirata a lucido” nella prospettiva di essere venduta.

Il tutto con un paradosso che fa tanta amarezza: un sindaco che - giustamente - si straccia le vesti e organizza i pullman per andare sotto la regione a salvare i posti di lavoro falciati dalle delocalizzazioni delle multinazioni che però, nella più grande azienda locale, dove egli stesso è presidente, avvallerebbe in silenzio la cancellazione di centinaia di posti di lavoro.

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