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<B>UNESCO: luci ed ombre</B>

<B>UNESCO: luci ed ombre</B>

Cinquanta. Numero che sa di consacrazione per il paesaggio vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato. A 35 anni dal primo sito italiano selezionato (i petroglifi della Val Camonica), e dopo altri 49

Cinquanta. Numero che sa di consacrazione per il paesaggio vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato. A 35 anni dal primo sito italiano selezionato (i petroglifi della Val Camonica), e dopo altri 49 siti tricolori, le aree che lo compongono entrano con orgoglio nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. L’UNESCO ha riscontrato, nella candidatura piemontese, la presenza di ben 2 criteri di selezione sui 10 possibili, quando anche un solo parametro varrebbe già l’inclusione nella lista mondiale. Nel dettaglio, è stata premiata per “Portare una testimonianza unica o quantomeno eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa” e per “essere un esempio eccezionale d’insediamento umano tradizionale, o paesaggistico, o marittimo, rappresentativo di una cultura (o di culture), o d'interazione umana con l'ambiente, specialmente quand’esso è divenuto vulnerabile sotto l'impatto di cambiamenti irreversibili”. Tradizione e resistenza, binomio che racconta un’identità culturale ed una memoria storica, dove poesia e prosa sfumano e spesso si contaminano. La Langa è femmina sensuale, come tratteggiata dalla penna di Cesare Pavese, paesaggio dell’anima per Beppe Fenoglio, “il mio mare verde” secondo Davide Lajolo, scenario dell’introspezione per Giovanni Arpino, folclore e vita contadina per Augusto Monti, villeggiatura per Vittorio Alfieri. Territori e fatti che si sono intrecciate anche con la mia vicenda personale, quando, da studente universitario, venni chiamato ad operare nello studio di analisi e mappatura dei comuni di Cisterna d’Asti, Canale e Montà, nell’ambito del Progetto di conservazione e valorizzazione del territorio vitivinicolo del Roero per l’UNESCO. Fu la prof.ssa Tatiana Kirova, allora mia docente e referente UNESCO per la valutazione dei siti candidati (fu lei a decretare il riconoscimento per i Comuni della Val di Noto) a chiederci di guardare al territorio come sedimentazione di una cultura millenaria e cercare le reti sovra-provinciali che tutt’ora lo compongono. Ora che questa lucida follia ha avuto il meritato riconoscimento, toccherà agli amministratori aprirsi con coraggio alle ampie prospettive positive che questa decisione ha innescato, senza peraltro dimenticarne alcune reali criticità. Positività espresse in una crescita del turismo culturale, che, come testimoniano i siti promossi in passato, aumenterà di circa il 30% nei primi cinque anni. Un balzo che andrà però gestito e convogliato verso l’alveo del turismo sostenibile, predisponendo piani strategici di sviluppo territoriali e tessendo reti internazionali con realtà che da anni vivono questo riconoscimento, come quella dell’Alto Douro in Portogallo. Dall’altra, sussistono però alcune ombre, che oscurano questa grande vittoria. In primis, la squallida pratica del caporalato della raccolta delle uve, alla quale la rivista L’Espresso dedicò una cruda denuncia civile dal titolo di “Piemonte: la vendemmia della vergogna“, seguita dallo stupro territoriale compiuto dai capannoni industriali, che affollano i fondovalle di tanti comuni e la cui costruzione pare non arrestarsi, neanche sulla soglie dell’UNESCO.

Fabrizio Aimar
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