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<B>Abitare un Patrimonio dell&#39;Umanità</B>

<B>Abitare un Patrimonio dell&#39;Umanità</B>

È filato tutto liscio. Finalmente i «Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato» sono diventati Patrimonio dell’Umanità. Ora non sarebbe male se le varie amministrazioni

È filato tutto liscio. Finalmente i «Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato» sono diventati Patrimonio dell’Umanità. Ora non sarebbe male se le varie amministrazioni coinvolte facessero un po’ di INFORMAZIONE su cosa significa tale onorificenza, su cosa comporta: informazione per i cittadini, per gli amministratori, per noi progettisti che più di altri siamo chiamati (onore ed onere) ad incidere ogni giorno sul territorio CREANDO PAESAGGI.

Vivere in un sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità significa (anche) conoscere e tutelare il territorio, e di conseguenza i paesaggi che da esso derivano, non più solo per noi stessi, ma anche per il resto del mondo, per quanti magari mai verranno a vederlo di persona. Vuol dire modificare radicalmente il nostro concetto di BENE COMUNE, farlo maturare.

A questo pensino i nostri amministratori quando propongono di far passare tangenziali nel bel mezzo di un S.I.C. (Sito di Importanza Comunitaria), quando sostengono che una pista da motocross all’interno di un parco naturale non disturba gli animali, quando asseriscono che barattare ettari di suolo agricolo in cambio di nuovi centri commerciali “è un investimento sulle aziende agricole del nostro territorio, perché in quel sito potranno vendere i prodotti della loro terra” (se glie ne sarà rimasta...). Ci pensino le Commissioni Edilizie e del Paesaggio quando con leggerezza autorizzano anonimi prefabbricati tra le colline o consentono “frammentazioni” edilizie nelle campagne. Ci pensino i progettisti ed i costruttori quando per pigrizia mentale o per tornaconto personale si adagiano su impostazioni progettuali antiquate e metodi costruttivi non più sostenibili. Pensiamoci tutti noi, in quanto cittadini, quando colpevolmente non facciamo sentire la nostra voce su temi che riguardano il bene comune, subendo (ed accettando di fatto) decisioni prese da altri.

Festeggiamo pure, ma pensiamo anche che non è un caso che Asti e molti comuni dell’astigiano siano rimasti fuori dalla buffer zone del Progetto Unesco: capannoni e centri commerciali saranno anche sinonimo di lavoro e benessere come affermano alcuni, ma di fatto rappresentano ferite nel nostro paesaggio, e la candidatura piemontese ha avuto successo proprio perché è riuscita a perimetrale e promuovere unicamente aree geografiche nelle quali tali costruzioni fossero assenti o per lo meno ridotte.

Come molti hanno osservato, l’onorificenza ricevuta rappresenta per le nostre terre un inizio, non un punto di arrivo, e chiaramente potrà essere rivista o addirittura revocata se i percorsi di sviluppo dei nostri territori non saranno coerenti con quanto da essa rappresentato: a mio avviso può essere un’ottima occasione per ripensare in termini più sostenibili dal punto di vista economico, ecologico ed ambientale, anche quei territori che hanno subìto i danni paesaggistici maggiori.
Deve risultare evidente agli amministratori che da oggi ogni scelta strategica per la nostra città non potrà non tenere conto dei valori culturali testimoniati dai territori Unesco: non potranno più essere proposti con leggerezza modelli di sviluppo e progetti urbanistici antitetici a quanto narrato dalle vicine colline di Lajolo e Fenoglio, dagli infernot e da tutti i paesaggi culturali premiati a Doha, risultato di secoli di interazione virtuosa tra uomo e natura.

PARTECIPAZIONE, CONDIVISIONE, INFORMAZIONE, CULTURA: anche questo significa abitare un luogo Patrimonio dell’Umanità. In ogni caso è un gran giorno per le nostre terre, e potrebbe persino diventare l’inizio di un (difficile e meraviglioso) percorso di rinascita.

Marco Pesce
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