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Umberto Eco e i suoi lunghi pomeriggi
d’estate nella casa di viale Don Bosco

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Articolo pubblicato il 23/02/2016 alle ore 07:00.
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Umberto Eco
Doveva essere un’amicizia di lunga data, quella tra Umberto Eco e Nizza Monferrato. Di quelle che sperimenti per la prima volta da bambino, tra schiamazzi e giochi, durante lunghi pomeriggi d’estate che sembra possano durare per sempre e invece svaniscono presto, non rimanendo che momenti felici nella memoria. Il giovanissimo Umberto, nato ad Alessandria, negli anni decisivi della seconda guerra mondiale era sfollato in provincia. Risiedeva in una casa nei pressi di viale Don Bosco, e nella zona dove oggi sorge il monumento intitolato all’importante sacerdote non era difficile incontrarlo a giocare con i coetanei. Sebbene poi, crescendo, il lavoro lo avrebbe condotto altrove, conservò l’amicizia con molti nicesi della stessa generazione, con i quali condivideva passioni intellettuali ed enogastronomiche.

Nel novembre 1998 intervenne, invitato dagli accademici dell’Erca, per presentare l’Armanoch ‘99 insieme a un volumetto, da un’idea di Carlo Nosenzo e con disegni di Carlo Isoardi, che raccoglieva i riferimenti nicesi in uno dei suoi romanzi. «Lo ricordiamo tutti al ristorante Italia, in piazza del municipio, a mangiare bollito insieme agli amici» racconta il sindaco Flavio Pesce. A Nizza, poco più che bambino, Umberto Eco ebbe la prima “cotta”. Così come all’Oratorio Don Bosco, nell’epoca di don Giuseppe Celi, strinse amicizie e sperimentò con la musica, imparando a suonare il flicorno contralto, o genis, entrando a far parte dell’allora banda musicale cittadina. Nel 2010 tornò all’ombra del “Campanòn” per ricevere la cittadinanza onoraria. «Un grandissimo personaggio, di un’umiltà incredibile – rammenta l’allora primo cittadino Pietro Lovisolo – Anche in seguito, quando capitava di incontrarlo, ricordava Nizza con affetto».

Frammenti dell’infanzia nicese di Umberto Eco sarebbero poi stati immortalati, con nomi e dettagli cambiati – ma pochissimo – in uno dei suoi romanzi più celebri, “Il pendolo di Foucault”. È al personaggio di Jacopo Belbo (sì, proprio come il torrente che attraversa Nizza, e immaginiamo non a caso) che lo scrittore affidò le memorie autobiografiche d’infanzia. La più significativa è forse il rapido, ma centrato, passaggio che segue, in cui il nome del luogo è camuffato da una serie di asterischi: «Era ancora il paesotto che Belbo aveva conosciuto durante la guerra. (..) Il paese appariva all’improvviso dopo una svolta, ai piedi di un colle, dove stava la casa di Belbo. Il colle era basso e lasciava intravedere dietro la distesa monferrina, coperta da una leggera foschia luminosa. Mentre salivamo Belbo ci mostrò una collinetta di fronte, quasi cava, e sul culmine una cappella, fiancheggiata da due pini: “Il Bricco”. Disse. Poi aggiunse: “Non fa nulla se non vi dice nulla. Ci si andava a fare il merendino dell’Angelo, il lunedì di Pasqua. Ora in macchina ci si arriva in 5 minuti, ma allora ci si andava in una specie di pellegrinaggio”».

Curioso che, insieme al centro storico, oggi la collina del Bricco Cremosina sia all’interno della core zone del sito UNESCO di Langhe-Roero e Monferrato. Umberto Eco, anche su questo, aveva visto lontano. Ma Eco ebbe rapporti anche con la città di Asti. Nel 2012, infatti, tenne una relazione per Passepartout, l’iniziativa culturale della Biblioteca cittadina. Fu proprio allora che Eco, come sempre applauditissimo, parlò di "memoria e dimenticanza" raccontando quali sono i modi in cui è possibile nascondere una notizia, ieri con il silenzio, oggi con il troppo rumore.

Fulvio Gatti

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