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Storia di “Afa”, arruolato
con la forza nell'esercito

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Articolo pubblicato il 08/12/2015 alle ore 13:00.
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Alcuni dei primi profughi arrivati nell'Astigiano
«Grazie Italia per averci accolto». Lo dicono con timidezza e il sorriso che nasce dal cuore e illumina gli occhi. Sono i sei ragazzi della “Maramao” seguiti dagli operatori della cooperativa “CrescereInsieme” che tra Canelli e Calamandrana provano a ricostruire la propria vita. Sono tutti maggiorenni e provengono da diversi paesi africani. Il loro sorriso si spegne subito se gli chiedi di raccontare la loro storia. Non parlano volentieri di quello che si sono lasciati alle spalle. Qualcuno però non trovando troppo invadenti le nostre domande prova a rispondere, in un italiano ancora stentato e intervallato da frasi in inglese, francese o africano. Come “Afa”, che proviene dall’Eritrea paese in cui ha lasciato una moglie. Afa faceva il soldato ma non è stata una scelta la sua. Un giorno alcuni soldati si sono presentati alla porta di suo padre.

Lui era solo un ragazzino ma non ha avuto alcuna importanza: i militari hanno chiesto il figlio maschio per il servizio militare obbligatorio, un servizio che si sa quando inizia ma non quando finisce. Come “battesimo del fuoco” lo hanno gettato in mare, al largo della costa, insieme ad altri compagni. Chi riusciva a raggiungere la riva a nuoto veniva arruolato. Gli altri? Afa fa un sorriso triste che vale più di mille parole. A trent’anni non ha più retto ed è fuggito in Europa. E’ un disertore, non può tornare in patria e spera un giorno di poter riabbracciare la moglie fuggita anche lei, ma in Sudan. «Sono due anni che non la vedo» dice. Poi c’è Alahaji che parla inglese e ha lasciato una moglie e due figli in Gambia. Qui vige una dittatura feroce e l’economia è al collasso. Nel suo viaggio verso l’Italia è finito come tanti esuli in Libia, dove ha conosciuto la ferocia dell’ISIS.

«Armano i ragazzini, poco più che bambini che spadroneggiano nelle vie delle città – racconta in inglese – ti fermano per strada e se non sai recitare i versetti del Corano ti sparano nelle mani. Un giorno mi hanno fermato, per fortuna non ho perso la calma e ho potuto recitare un versetto. Non ho mai avuto così tanta paura in vita mia. Giuro che non tornerò mai più in Libia, mai più. Costi quel che costi». Altri hanno avuto a che fare con l’integralismo islamico e asseriscono all’unisono: «siamo musulmani e questo non è l’Islam».

Gli operatori raccontano di aver ospitato un ragazzino afgano, proveniente da uno dei territori occupati dai talebani. Al suo arrivo a Canelli non capivano perché non rispondesse alle domande delle operatrici o perché non le guardasse in volto. Tra le lacrime il ragazzino disse che da dove era arrivato lui l’integralismo non permetteva contatti tra i due sessi, pena la morte.  Così come un altro ragazzo iraniano, frustato 70 volte perché aveva invitato un’amica a casa per il the. Racconti che sembrano provenire da un altro secolo e che invece capitano ancora oggi e non molto lontano dalle nostre città, giusto al di là del mare.

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