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"Sempre in guerra contro i virus"
Angelo Casabianca tra Asti e l'Uganda

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Articolo pubblicato il 30/01/2013 alle ore 10:35.
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Il giro delle visite. Il dottor Casabianca fotografato durante il servizio prestato all’ospedale di Matany
Mal d’Africa per Angelo Casabianca, medico specialista di Malattie Infettive conosciutissimo in città per essere in forza al reparto dell’Ospedale di Asti da una trentina d’anni.
Il dottor Casabianca è tornato proprio in questi giorni da Matany, un piccolo centro dell’Uganda che può contare sull’ospedale di San Kizito, uno dei migliori dell’intera regione, realizzato e gestito dai Padri Comboniani. Lui, che ha una lunga esperienza nel settore medico della cooperazione internazionale con il Dis-Vi, per la prima volta si è recato a Matany, dove ha svolto le stesse mansioni per il quale è apprezzato all’ospedale di Asti.

Venti giorni d’Africa, in una delle zone più povere della savana, dove non esistono strade, non esistono case, non esistono scuole e l’altro ospedale più vicino è a oltre 50 km. Da percorrere a piedi sulla terra battuta. E se sei malato le cose si complicano notevolmente. Il dottor Casabianca ha prestato il suo servizio a Matany per conto di Idea onlus, un’associazione nata in seno al Reparto Infettivi dell’ospedale di Asti (vedi articolo correlato al presente). A turno, medici e specializzandi di Asti e dell’Università di Torino vanno giù per non lasciare mai scoperto il reparto e si fermano anche per due/tre mesi. In questo momento continua a prestare il suo servizio Roberta Moglia, una specializzanda astigiana.

«Un ospedale molto essenziale ma ben organizzato –spiega il medico astigiano- diviso in quattro aree: maschi, femmine, contagiosi e non. Tre le patologie del reparto infettivi: tubercolosi, Aids e malaria». La tubercolosi è molto diffusa a causa delle condizioni di grande miseria in cui vive la popolazione, gravata dalla carestia e dalla mancanza di acqua, con persone alte 1 metro e 80 che pesano 40 chili. Molto numerosi anche i sieropositivi e, nonostante sia oggi garantita una presenza di farmaci efficaci a basso costo, le distanze da coprire dai villaggi agli ambulatori spesso scoraggiano i malati, vanificano le terapie e perpetuano il contagio.

La malaria è praticamente impossibile da debellare, se si considera che la maggior parte della popolazione che non vive in città, vive in capanne fatte di fango e paglia. «Le giornate di lavoro a Matany sono scandite da una grande professionalità di infermieri e personale –racconta Casabianca- e da grandissime gratificazioni personali. Quello è un luogo in cui un medico si sente veramente utile, consapevole di fare la differenza fra la vita e la morte di una persona che si affida a lui. Seppur serpeggi la frustrazione di non poter disporre di farmaci e strumentazioni più sofisticate per i casi più complicati che da noi invece sono di uso e reperimento comune».

Zone che hanno un’altissima mortalità infantile: 375 bambini su 1000 muoiono o alla nascita o nei primi cinque anni di vita e si sta diffondendo la piaga dell’alcolismo infantile. «Lì il malato si sposta con tutta la sua famiglia –racconta Casabianca- così ogni giorno si vedono arrivare piccole carovane di persone, tutte rigorosamente a piedi, che si portano dietro le loro poche cose. Il malato viene ospitato in uno dei 40 posti letto dell’ospedale mentre la famiglia si sistema fuori, nel cortile. Cucinano fuori, mangiano fuori, dormono per terra e vivono lì fino alla fine della terapia del loro parente prima di ripartire e coprire le decine di chilometri per tornare al loro villaggio».
Cosa lascia un’esperienza del genere? «Una gran voglia di tornare lì per rendersi utili e l’amarezza di toccare con mano gli squilibri delle ricchezze nel mondo».

Daniela Peira

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