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Questione di soldi e prestigio
nel movente del delitto di Isola

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Articolo pubblicato il 27/05/2015 alle ore 07:00.
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Luigi di Gianni con la compagna
Le risposte che cercava da oltre due anni sono arrivate nel giorno del suo compleanno, quasi come un regalo, seppur triste e amaro. «Venerdì, dopo tante ipotesi e congetture che mi ero fatta nella mia testa, sulla Nuova Provincia ho letto perchè Gino sarebbe stato ucciso». A parlare è Angela, la compagna di Luigi Di Gianni, meglio conosciuto come Gino di Foggia ucciso con quattro colpi di fucile davanti casa nel gennaio del 2013.

E quello che ha letto sul nostro giornale è uno stralcio dell’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame di Torino ha motivato la fondatezza della richiesa degli arresti per concorso in omicidio di due giovani, Ferdinando Catarisano e Ivan Commisso, di origini calabresi, il primo residente a Costigliole e il secondo in Svizzera. «Dopo aver quasi subito scartato altre piste più “personali” - commenta la donna - io avevo capito che il motivo di quel delitto così vigliacco e brutale era legato al suo lavoro. Ho sempre saputo che Gino era un “ostacolo” nel mondo dei night e dei locali notturni».

E proprio in questo scomodo di “ostacolo”, gli investigatori hanno individuato il movente che ha portato all’omicidio premeditato di Di Gianni. Tutto viene fatto risalire ad un patto che era stato stretto da Gino e dal suo socio con la proprietà dell’Odeon di Strevi ereditata dal precedente titolare, morto per infarto.
La figlia di quest’ultimo era titolata a riscuotere la gestione del locale che era stata pattuita in 2 mila euro al mese. Ma, con il passare dei mesi, erano emersi dei debiti e delle bollette non pagate: fra acqua, luce, affitto e altre voci si arrivava alla bella somma di 24 mila euro.

In un incontro in un bar di Asti fra Di Gianni, il suo socio, il compagno della ragazza e il padre di esso, dopo un’accesa discussione anche a voce alta, era stato stretto un accordo: i gestori del night si sarebbero accollati i debiti ma, in cambio, avrebbero ridotto della metà l’assegno mensile di gestione. Un accordo che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe visto in Di Gianni la persona che maggiormente si impose per farlo passare. E, sempre secondo Procura e polizia giudiziaria, quel suo ruolo predominante nella soluzione della “bega” oltre al dimezzamento dell’introito mensile, lo avrebbe anche messo nel mirino dei due killer: l’uno, Catarisano, è il compagno della ragazza che aveva ereditato la proprietà del night, l’altro è un cugino.

Responsabilità sempre respinte dai due indagati e dalla loro famiglia. I due indagati non sono mai arrestati perchè su quel provvedimento non si sono trovati d’accordo la Procura e il gip di Asti. I giudici torinesi, cui la Procura ha fatto ricorso, ritengono invece fondato il sospetto sui due ma è pendente un altro ricorso in Corte di Cassazione. «Non so esprimere la mia riconoscenza per il lavoro che hanno fatto gli investigatori - dice commossa Angela - Quando pensavo che non si stessero muovendo e chiedevo novità, loro mi hanno sempre rassicurato. Pensavo mi stessero dicendo bugie tanto per tenermi buona, invece stavano davvero lavorando alla morte di mio marito».

La donna si riferisce in particolar modo al sostituto procuratore Delia Boschetto e al procuratore capo Vitari che hanno lavorato in stretto contatto sia con gli uomini della polizia giudiziaria in capo alla Procura (carabinieri e poliziotti) sia con gli uomini del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Asti. «Io so che hanno anche indagato al di fuori degli orari di lavoro e non hanno mai trascurato nulla, nemmeno il più piccolo dettaglio portato a loro. Al contrario - ammette amaramente Angela - di quelli che hanno sempre dichiarato amicizia e disperazione per la morte di Gino ma non hanno fanno niente di concreto per arrivare alla verità. Anzi, qualcuno ha anche fatto in modo che le indagini prendessero strade diverse da quelle che portavano a capire cosa fosse realmente successo».

Daniela Peira

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