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Quella sete di musica, tra sfogo e passione

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Articolo pubblicato il 05/03/2013 alle ore 16:51.
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Quella sete di musica, tra sfogo e passione
Erano  gli anni 50 quando negli USA nasceva il Rock ‘n Roll, e il primo album definito propriamente di questo genere fu That's All Right (Mama) di Elvis Presley. Gli idoli, insieme a lui, Chuck Berry e Bo Diddley. Gli anni ’60 riportano un’evoluzione fatta di continue sperimentazioni, con Jimi Hendrix e la sua chitarra nuda, profonda, graffiante. E l’infinita indecisione tra i Beatles e i Rolling Stones, padri del ‘pop’ e del ‘brit-pop’, ma non così lontani dall’istinto musicale del tempo, che li faceva emergere per poi ‘scolpirli’ nella storia. Poi i The Who, i Doors. A cavallo con gli anni ’70 ci furono John Bonam dei Led Zeppelin e la ‘batteria rock’, mentre a Londra i Sex Pistols davano vita al ‘punk’, la musica dell’anarchia, della lotta al sistema, dei ribelli per natura. Difficile fare di meglio, ma prima con Jaco Pastorius e il suo basso solista, poi con la nascita dell’hardcore e, sul finire, del grunge, gli ‘80 rilanciano l’evoluzione musicale ai livelli dei decenni precedenti, sfociando sugli anni ’90 che sono quelli dell’alternative rock e l’indie.

Siamo nel 2000 quando prende il sopravvento l’elettronica, e quello che viene definito ‘post rock’. E il periodo in cui siamo ora, passati 10 anni del nuovo millennio? Secondo alcuni critici, si è raggiunto lo stato in cui il rock è propriamente indecifrabile, ha subìto talmente tante variazioni, sfaccettature, modifiche, miscugli con altri generi, che non si distingue quasi più. La cosa affascinante però della musica rock, è che continuiamo a parlare di essa riferendoci sempre e comunque all’oltreoceano o alla cultura britannica, trovandoci in difficoltà nell’affermare con orgoglio, che quella italiana fosse altrettanto fiorente e avesse altrettanto successo nel mondo. Sarà che eravamo più bravi a comporre musica classica in altri secoli, ma se parliamo di rock e tutto quello che ne consegue, come miti e leggende, le popolazioni anglo-sassoni hanno davvero qualcosa in più, che sia la lingua più adatta, o che sia l’indole.

Eppure da sempre ne siamo così tanto affezionati e dipendenti, che è dal rock che incominciamo ad interessarci di musica, e dal rock passiamo quando iniziamo a suonare, quasi per gioco, in un gruppo, a 12 anni con tanta voglia di scaricare nella chitarra o nella batteria i problemi che nascono spontanei e hanno terribilmente bisogno di quello sfogo. Il problema serio, ad oggi, è come fare ad emergere, e per emergere non si intende per forza dover fare un disco, ma avere l’opportunità di esibirsi con regolarità e di essere notati da orecchie attente. Ed è facile capire perché: il mercato, il business creatosi intorno alla musica, è diventata l’unica cosa che conta, a discapito di nuova giovane e frizzante creatività. Se ci caliamo un attimo nella realtà astigiana in particolare, troviamo non diversa la situazione, e una fase di stallo che rispecchia quella su scala nazionale: se il momento è quello in cui si ascolta principalmente la musica che si balla, è ovvio che vanno pian piano estinguendosi quattro neomusicisti che vogliono mettere su un gruppo, e aumentano invece quei dj che con un computer e poco altro ‘suonano’ quello che la gente richiede.

Daniel, 16 anni e una libreria musicale da fare invidia a Robert Fleming di ‘Alta fedeltà’,  racconta di aver avuto l’opportunità di suonare in un gruppo per 4 anni grazie all’istituto in cui prende lezioni di chitarra, che come progetto ha anche quello di formare band per accostare l’attività di musica di gruppo a quella individuale: “La cosa più bella è vedere cosa si possa creare insieme, e io ho scelto da subito la chitarra per la sua essenzialità e perché è la base di tutta la musica che ascolto. Si parte suonando principalmente pop rock perché è più facile e coinvolgente, anche se poi andrebbe personalizzata” Ma cosa non funziona? “Le esigenze troppo diverse, la scelta dei pezzi, e poi i pochi concerti, una decina all’anno soprattutto in bar e pub il cui obiettivo attrarre più giovani o a feste di paese, in cui la gente è troppo preoccupata a mangiare per fermarsi ad ascoltarti…"

Staticità dunque, ma anche poca voglia di tendere veramente l’orecchio per sentire se per caso c’è qualcosa di nuovo, e attitudine sempre più frequente è quella di giudicare ‘tutte uguali’ quelle band giovanili che ‘fanno solo rumore’, senza pensare cosa possa voler significare questo per loro, che la prendono invece molto seriamente. Cecilia, 18 anni e cantante fin dai 13, che ha già 4 gruppi diversi alle spalle, ricorda come si è avvicinata alla musica: “Canto da quando ho 13 anni, ma fin da quando ne avevo 5 ho sempre sognato di imbracciare una chitarra ed entrare trionfalmente su un palco con i miei musicisti. Poi vedevo le ‘garage band’ proposte da film americani in voga nei primi anni duemila, e quando scoprii che un ragazzo della mia scuola suonava il basso in una cover band, andai ad una delle loro prove. Caso vuole che il proprietario della sala prove fosse una sorta di talent scout di gruppi giovanili, e aveva intenzione di formare una nuova band di miei coetanei, per cui stava cercando una cantante. Ora cantare mi fa tirare fuori quella parte di me che se ne starebbe nascosta sotto le scarpe”

Da lì in poi sono state diverse le possibilità che l’hanno fatta maturare fino ad esibirsi col suo gruppo attuale, gli ‘Hesperia’, all’Emergenza festival di Torino. “Ero rimasta senza gruppo, ed ho incontrato i miei attuali musicisti, per caso o per destino, al mare. Loro erano stati abbandonati dalla voce precedente, perciò non esitai e feci un provino per far parte del loro gruppo, di cui condividevo ampiamente i gusti musicali; dopo neanche un mese mi chiamarono e da quel giorno tutti i sabati pomeriggio prendo un pullman per Canelli e li raggiungo per provare”.

Ma come fare a non perdersi, a provare ad andare avanti in questo mondo difficile in cui non si sa bene come muoversi? “Tenendo presente che la cosa più bella di un gruppo è la condivisione, bisogna dare valore a questo legame, che è unico, in cui ciascuno ha bisogno dell’altro per poter dare il meglio. La cosa più difficile è riuscire a far durare il più possibile l’entusiasmo dei primi mesi, ed esibirsi con regolarità, che è davvero fondamentale. Solitamente cerchiamo i contatti dei locali e ci proponiamo per suonare live, facendo ascoltare ai gestori un paio di pezzi registrati, oppure ultimamente ci appoggiamo a un’organizzazione che si occupa di eventi. Credo che nell’astigiano sia possibile costruirsi una buona base per crescere musicalmente, però è necessario iniziare a suonare nei locali del torinese per avere maggiore visibilità”.

E se le chiedo di sognare, mi risponde nominando il Glastonbury festival, di fama internazionale e da cui sono passati molti dei gruppi oggi più famosi nella scena pop rock. Perché ‘suonare’, per noi giovani, può essere davvero un’esigenza. Non per ‘sfondare’ nel mondo della musica, ma per esserne semplicemente parte, per sfogo o per passione. Richard Curtis, regista del film I love radio rock, riassume il concetto in una frase che tra il cinismo e la rabbia nasconde quel fondo di verità per cui su ognuno di noi, che sia mai stato componente di una band, o semplice ascoltatore, nasce spontaneo un sorriso: ‘Gli anni passeranno e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo migliore, ma in tutto il mondo i ragazzi e le ragazze avranno sempre dei sogni, e li tradurranno in canzoni’.

Lorenzo Gilardetti

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