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Quella Schindler's List canellese
Decine di ebrei salvi "per amore"

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Articolo pubblicato il 27/01/2016 alle ore 07:00.
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Una sequenza dal film di Steven Spielberg "Schindler's List"
E' un fatto poco noto, che si perde nelle pieghe della storia locale, ma anche Canelli ha avuto la sua Schindler's List. Così come l'industriale Oscar Schindler riuscì con l'astuzia a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei polacchi, (gli ebrei della "lista" appunto) anche in questa parte di Astigiano ci si mobilitò per nascondere gli ebrei dai rastrellamenti. A intervenire non fu però soltanto un uomo ma una comunità intera che con il tacito assenso delle autorità locali fornirono nascondiglio, cibo e salvacondotti ai rifugiati ebrei. Tutto questo avvenne nell'inverno tra il '43 e il '44, quando una quarantina di ebrei jugoslavi furono deportati a Canelli dal campo di prigionia Ferramonti di Tarsia, in Calabria. Non si trattò di un trasferimento coatto vero e proprio. Chi ha ancora memoria di quegli eventi racconta di un carabiniere siciliano di stanza a Tarsia che fu trasferito a Canelli.

L'uomo si era nel frattempo infatuato di una ragazza ebrea di origine slava, detenuta nel campo, e quando lui dovette congedarsi riuscì a portare con sé la ragazza la quale decise di seguirlo solo se fosse stata accompagnata da altre famiglie di amici e conoscenti. Il carabiniere fece da garante nei confronti di queste persone, alle quali se ne aggiunsero poi altre, che poterono lasciare il campo. D'altronde i controlli e l'attuazione delle leggi razziali in Italia non erano applicati con la ferrea durezza ed inflessibilità dei nazisti. Arrivate a Canelli, le famiglie ebree vennero ospitate da quelle locali che non esitarono a nasconderle quando iniziarono i rastrellamenti per le campagne piemontesi. Una storia questa destinata ad essere dimenticata per sempre se non fosse stato per i sorprendenti casi della vita. Fu infatti un canellese, Massimo Branda Presidente dell'associazione culturale Memoria Viva ad imbattersi per caso in questi aneddoti. Come lo stesso Branda racconta fu nel corso di una vacanza in Grecia, nell'aprile del 2003, che per caso incontrò uno dei sopravvissuti all'Olocausto.

«Mentre stavo leggendo un libro seduto nel parco dell'hotel – ci spiega Branda - mi si avvicinò un signore che, avendo capito che ero italiano, mi chiese nella mia lingua se conoscevo Canelli. Quando gli dissi che ero proprio di Canelli, cominciò a raccontarmi di come lui e la sua famiglia, ebrei provenienti dalla Croazia, fossero sfollati nella nostra città nel 1943, trovando rifugio presso la famiglia Zoppa (composta di quattro fratelli, oggi tutti morti). Mi raccontò di come almeno un centinaio di ebrei come lui si erano rifugiati in diverse cascine e di come tutti sapessero della loro esistenza. Suo padre cercava di guadagnarsi da vivere riparando biciclette a Santo Stefano Belbo. La vita per loro diventò più difficile quando cominciarono le prime azioni partigiane ma mai nessuno li denunciò. Uno dei fratelli Zoppa accompagnò poi tutta la famiglia a Milano, da dove raggiunse Lugano». L'uomo che Branda aveva conosciuto in Grecia si chiamava Fedor Steiner e all'epoca dei fatti era solo un bambino.

Oggi vive ad Haifa, in Israele, con i figli e i nipoti. L'incontro con Steiner ebbe un effetto domino perché spinse lo stesso Massimo Branda e il giornalista canellese Filippo Larganà ad effettuare ulteriori indagini. Si scoprì che anche Nanni Ponti, ex idraulico canellese di 83 anni conservava un ricordo di quegli eventi. La sua famiglia ospitò i coniugi Rosenfeld e due bambini, Bratzo e Miritza. «Erano bambini come noi, che cercavano di vivere una parvenza di normalità» ricorda Ponti. Intervistati da Filippo Larganà, gli ultimi testimoni canellesi che ancora ricordavano gli ebrei jugoslavi hanno detto: «vivevano nascosti, tentando di guadagnarsi da vivere con discrezione e mantenendo un profilo basso. Certo, c'era anche chi in paese mal li sopportava e qualcuno pensò di lucrare sulla propria ospitalità però nessuno arrivò mai a denunciarli». Si racconta anche del segretario comunale dell'epoca che con sprezzo del pericolo fornì documenti falsi ad alcune famiglie perché potessero fuggire. O di quella famiglia il cui capofamiglia, un noto fascista, ospitò degli ebrei nascondendoli ai tedeschi.

«Quando nel '45 venne la resa dei conti, alcuni partigiani si presentarono all'uscio della casa di quell'uomo per fucilarlo ma pare che il capofamiglia ebreo uscì a fargli scudo con il suo corpo. Di fronte a quel gesto, i partigiani abbassarono i fucili e se ne andarono» continua Larganà. Ci fu però anche qualcuno che approfittò della sua posizione per estorcere denaro ma anche chi, a guerra finita, restituì l'ultimo centesimo affidato da chi era in fuga verso la Svizzera. Ci furono quindi episodi di grande nobiltà d'animo e coraggio, così come di viltà e cupidigia. Resta però un fatto, come testimoniato da Victor Surliuga, ebreo di Zagabria deportato in Valle Belbo: «I canellesi, nel '44, ci hanno salvato la vita». Victor Surliuga aveva 26 anni all'epoca ed era un giovane e brillante medico. La sua professione gli permise di sopravvivere. Sposò una ragazza di Canelli e con lei fuggì in Svizzera per poi tornare in Italia dopo la guerra e stabilirsi a Torino dove divenne uno dei più competenti ostetrici clinici del Piemonte. «La storia di questi uomini dimostra come un'intera comunità seppe cooperare in difesa di un bene superiore, salvando la vita a uomini, donne e bambini – continua Larganà –la nostra città meriterebbe a pieno titolo di rientrare nell'elenco dei "Giusti fra le Nazioni"».

Lucia Pignari

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