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Quel rinoceronte fossile
un po' dimenticato

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Articolo pubblicato il 11/11/2015 alle ore 15:00.
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Un'immagine della ex cava Rdb che meglio di altro spiega la stratificazione particolare che ha portato a coniare il termine "villafranchiano" noto da tutti i paleontologici
Alla notizia della volontà di creare un Distretto Paleontologico astigiano al fine di valorizzare in termini turistici, culturali, ma anche scientifici, la preziosa collezione di cetacei fossili che l'astigiano condivide con soli altri tre centri al mondo, i villafranchesi più attenti, e forse un po' stufi di passare nel dimenticatoio, ricordano che anche le loro colline hanno restituito reperti archeologici di notevole valenza scientifica, tanto da determinare la necessità di coniare un nuovo termine: il "Villafranchiano".

«Parliamo di circa 3 milioni e mezzo di anni fa -– spiega il professor Daniele Ormezzano, conservatore responsabile della Sezione di Paleontologia del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino -– siamo nella parte alta del Pliocene Inferiore che dura, a seconda delle aree, qualche milione di anni, anche se da un punto di vista geologico, la brusca interruzione della sequenza di rocce del Villafranchiano non ci permette di sapere con precisione cosa sia successo. Da poco erano scomparse le acque del Golfo Pliocenico Padano, in cui nuotavano le balene che oggi tutti conosciamo, e la terra emersa, chiusa a nord dall'innalzarsi dell'arco alpino, frastagliata dalla presenza di ampi delta, e caratterizzata da un clima e da una vegetazione di tipo sub-tropicale, si popolava di una fauna abbastanza completa, in cui si distinguono grandi mammiferi. Tra questi, due specie di proboscidati (Anancus arvernensis e Mammuthus borsoni), grossi carnivori simili a quelli che chiamiamo impropriamente tigri dai denti a sciabola (Homotherium crenatidens), ghepardi (Acinonyx barbadensis), rinoceronti (Dicerorhinus janvireti), tapiri, due specie di scimmie, di cui una molto simile alle attuali bertucce, bisonti e altre specie di piccoli e medi carnivori, ai quali si aggiungono alcune specie anfibie».

E proprio a seguito dei primi ritrovamenti di mammiferi, avvenuti a Villafranca negli anni Cinquanta dell'Ottocento, durante i lavori di scavo della ferrovia, che il geologo Pareto coniò il termine Villafranchiano. «Inizialmente utilizzato per indicare un livello stratigrafico – precisa il professor Ormezzano – oggi il termine Villafranchiano è riconosciuto a livello mondiale dagli studiosi di geologia e paleontologia per indicare una zona faunistica popolata da mammiferi. Il riferimento a un momento della storia della Terra localizzato in una zona particolarmente circoscritta, che comprende, oltre a Villafranca, pochi comuni limitrofi come Dusino San Michele, Roatto e Cantarana, spiega il perché della chiara derivazione del termine dal nome del comune, sede del primo ritrovamento. Quel proboscidato (Anancus arvernensis) rimasto particolarmente impresso nell'immaginario collettivo come "il Mastodonte"; anche se, il primato di reperto più rappresentativo dal punto di vista scientifico, spetta al rinoceronte, quasi completo, rinvenuto tra Villafranca e Dusino San Michele».

Numerosi reperti del Villafranchiano sono conservati presso il Museo di Paleontologia dell'Università di Torino, oggi gestito dal Museo Regionale di Scienze Naturali, ma purtroppo momentaneamente chiuso al pubblico. Sempre all'interno del Museo, sono state allestite riproduzioni delle collezioni accessibili ai soli studiosi.

Marzia Barosso

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