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Quasi un babysitter, ma è un rapporto unico

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Articolo pubblicato il 14/05/2013 alle ore 16:41.
Quasi un babysitter, ma è un rapporto unico
La storia del mio legame con G. è iniziata più di due anni fa. Parlo di legame perché parlare semplicemente di “esperienza” sarebbe estremamente riduttivo, trattandosi di qualcosa di molto più profondo e intenso. Mi spiego meglio. Ricordo davvero come se fosse ieri quella riunione scout in cui, un po’ titubante e forse spaventato, ma allo stesso tempo molto curioso, accettai di impegnarmi in un servizio che era stato proposto al nostro gruppo. Da soli o in coppia, nei giorni decisi di settimana in settimana,  io e gli altri saremmo dovuti andare a casa di una famiglia per giocare con la figlia, in modo che nel frattempo, mentre il babbo era al lavoro, la mamma potesse dedicarsi  ad altre faccende. Un lavoro molto simile a quello di un babysitter, penserete voi.

Certamente, ma con una piccola differenza: G. è affetta da una malattia genetica che richiede cure e attenzioni molto particolari. Quando accettai di spendere parte del mio tempo con lei in cuor mio sapevo e in fondo speravo che si sarebbe instaurato un rapporto speciale. Di una cosa sono sicuro, mai e poi mai potrò scordare il primo giorno che conobbi G. e la sua famiglia e non potrò mai scordare il primo sorriso che la piccola mi fece. Lei ora ha 6 anni e non parla, non corre o salta come gli altri bambini della sua età, ma è senza dubbio la bambina con la sensibilità più grande che io abbia mai conosciuto. Lei forse non riuscirà a parlare, ma sa perfettamente come esprimersi, accidenti se lo sa fare! Sa farti capire quando è felice con i suoi enormi sorrisi, le sue risate ti fanno capire che la stai facendo divertire, sa farti capire quando vuole essere presa in braccio e poi sa farti capire quando invece è una giornata no e devi fare attenzione a come ti comporti.

Non credo di esagerare dicendo che molti dei ricordi più belli degli ultimi due anni siano legati ai tanti momenti passati con G.: la prima volta in cui sono riuscito a superare la paura di farle male e prenderla in braccio, le volte in cui mi sono vestito da pagliaccio per farla ridere. G. e la sua famiglia mi hanno dato molto, sicuramente molto di più di quanto io non stia dando a loro. Mi hanno insegnato come rendere migliore la vita attraverso la forza di volontà e la capacità di tener duro e non perdersi mai d’animo nonostante le enormi difficoltà.

Gianluca Bocchino

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