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Profughi, rifugiati, richiedenti asilo
Quali sono le differenze?

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Articolo pubblicato il 08/12/2015 alle ore 13:00.
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Profughi ospitati a Villa Quaglina, alle porte di Asti
Profughi, rifugiati, richiedenti asilo. Non è una questione di semantica. Da quando gli sbarchi a Lampedusa si sono fatti incessanti e i flussi migratori verso l’Europa hanno raggiunto proporzioni da esodo biblico i media hanno cominciato a bombardare i cittadini con termini quali "rifugiato", “richiedente asilo”, “profugo” e "clandestino", creando in qualche caso un po’ di confusione nell’immaginario collettivo. Per fare un po’ di chiarezza abbiamo chiesto a Silvia Fontanive della cooperativa CrescereInsieme Onlus di spiegarci l’iter burocratico di chi, raggiunto il nostro paese, cerca di legalizzare la propria posizione.

Innanzitutto, il "richiedente asilo" è chiunque giunto sul territorio nazionale italiano richieda protezione internazionale, perché in patria rischierebbe persecuzioni di tipo religioso, politico o etnico. «Il richiedente può essere una persona giunta in Italia illegalmente, come tramite gli sbarchi a Lampedusa, oppure legalmente con un visto turistico» spiega Silvia Fontanive «una volta registrate le generalità presso le autorità competenti, queste persone fanno richiesta per il riconoscimento dello status di "rifugiato". Nel frattempo ottengono un permesso di sei mesi di soggiorno valido fino alla definizione del loro status». Nei primi 60 giorni i richiedenti sono soggetti ad alcune restrizioni ed obblighi, come il fatto di non poter lavorare. Inoltre, sono tenuti a presentarsi, periodicamente, al cospetto di commissioni che verificano la storia del richiedente, i suoi requisiti ed espletati gli opportuni accertamenti se viene riscontrata una storia di "persecuzione personale" viene rilasciato lo status di "rifugiato".

«Lo status di rifugiato consente al richiedente di ottenere alcuni vantaggi rispetto ad altre forme di immigrazione. Il permesso di soggiorno è valido cinque anni, al termine dei quali si può chiedere la cittadinanza italiana. Inoltre, è possibile fare domanda per il ricongiungimento familiare. Esso però viene rilasciato solo a chi risponde a rigidi requisiti. E’ necessario dimostrare che il ritorno in patria comporti un rischio per la propria vita. I motivi economici non sono contemplati» aggiunge Silvia. Chi non ottiene lo status di rifugiato può sperare di ottenere un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, nel caso per esempio il Paese di origine sia politicamente instabile o non insicuro a causa di un conflitto. Ci sono poi anche casi dove viene concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari valido due anni: il richiedente non ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato ma la sua situazione presenta condizioni di tale eccezionalità che necessita della protezione internazionale.

Nel caso in cui il richiedente si veda negato il riconoscimento di una di queste tre casistiche, potrà fare ricorso con un avvocato. Se al termine dei tre gradi di giudizio non vedrà riconosciuta la condizione per l’emissione di un permesso di soggiorno dovrà lasciare il nostro Paese. Al momento ci sono nazionalità che per le indubbie problematiche geopolitiche ottengono quasi certamente lo status di rifugiato, come i cittadini siriani, afgani e quelli africani che provengono da paesi in guerra o oppressi da feroci dittature. Paradossale è però il caso del Mali. Il Paese al momento è diviso a metà: il nord è sotto il controllo dei ribelli anti-governativi mentre il sud resta sotto il controllo delle milizie governative e per questo considerato stabile.

Capita dunque che un maliano si veda rifiutato lo status di rifugiato a seconda della regione geografica del proprio paese dalla quale proviene. Restano poi i tempi di attesa, molto lunghi. La procedura standard per la richiesta del riconoscimento dello status di rifugiato è nell’ordine di sei mesi. In alcuni casi però, il responso non arriva prima di un anno.

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