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Niamat, Adhan e Sulmann:
così abbiamo attraversato il mare

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Articolo pubblicato il 16/06/2014 alle ore 17:25.
Niamat, Adhan e Sulmann:<br/>così abbiamo attraversato il mare
Niamat Khan, 34 anni
Arriva da un villaggio pachistano collinare al confine con l'Afghanistan, a 100 chilometri da Kabul. «Con la guerra in Afghanistan -racconta Niamat- i talebani in ritirata hanno sconfinato in Pakistan, nell'area dove ero nato e vivevo con la mia famiglia. Abbiamo la stessa lingua e le stesse tradizioni. Ma, appena arrivati, hanno rubato e saccheggiato le case. Poi sono passati alle persone e pretendevano che tutti i ragazzi giovani del mio villaggio e di quelli vicini si arruolassero con loro. Volevano trasformarci tutti in estremisti talebani, ma noi non volevamo. E loro hanno usato le maniere forti». A dimostrarlo, ci sono due segni di spari alla spalla sinistra.

A quel punto la sua famiglia e quelle di tanti altri ragazzi come lui hanno usato tutti i risparmi per farli fuggire, per non farli diventare talebani. «Sono andato a Bassora e di lì in Libia in aereo -prosegue Niamat- Ho trovato lavoro in un'acciaieria ma non mi pagavano e se andavi a chiedere la paga ti minacciavano, ti sequestravano per qualche giorno e ti maltrattavano. Ti insultavano, ti isolavano, ti sputavano addosso e ti dicevano che dovevi lavorare e basta. Praticamente ero diventato uno schiavo». Così la decisione di venire in Italia. Rimanere in Libia avrebbe significato morte sicura, come è capitato a tanti loro amici e connazionali. Cosa si aspetta ora? «La “green card” perchè con quella sei riconosciuto come persona e non come numero o come schiavo. Non posso tornare in patria, perchè sono stato condannato a morte dai talebani. Quindi non posso fare altro che cercare lavoro in Italia o in altro Paese d'Europa».

Adhan Haider
Ha 25 anni ma ne dimostra almeno dieci di più. La sua data di nascita, come per gran parte dei rifugiati a Capriglio è fissata a gennaio del 1989 e questo fa pensare ad un sistema anagrafico in patria molto approssimativo. Arriva da un villaggio del Panjabi, da una famiglia di agricoltori. Dopo anni di crisi economica, di calamità naturali e di frane che hanno fatto perdere i raccolti, Adnan entra a far parte di un partito religioso islamico pachistano. «Ma – sottolinea- non eravamo integralisti.» Ad un certo punto il leader del partito del suo villaggio ha deciso che lui e altri amici sarebbero dovuti andare in Libia a lavorare e guadagnare soli che sarebbero serviti a costruire scuole e moschee in patria.

«Così siamo partiti per la Libia ed è iniziato un incubo -racconta Adhan con la paura ancora negli occhi- Dopo un mese mi hanno accoltellato (mostrando i segni dei tagli da difesa su un braccio n.d.r.), la Polizia libica mi ha picchiato e derubato prima dei soldi che avevo guadagnato, poi del cellulare. Mi hanno diffidato a lasciare la Libia ma non avevo denaro né contatti per farlo. Non sapevo come rimpatriare così, l'unica via di uscita è stato il viaggio sui gommoni». Oggi Adhan non crede più in quello che il partito gli ha inculcato. Vuole lavorare per sé e per la sua famiglia rimasta in patria. Distrutti i suoi sogni, gli ideali politici e religiosi che lo hanno fatto partire vuole restare in Italia per regolarizzarsi e trovare un lavoro onesto.

Sulmann
Ha solo 24 anni ed è il traduttore del gruppo di pachistani caprigliesi. Parla bene l'inglese e ha sicuramente i numeri giusti per pensare ad un riscatto di livello per quanto vissuto finora. Originario della regione del Kashmere, Sulman è figlio di una famiglia di contadini. A 18 anni la sua famiglia è costretta a spostarsi per la guerra fra India e Kashmere. Suo padre, musulmano, è un “illuminato” che crede fortemente nella forza dello studio e tutte le risorse vengono destinate a far frequentare la scuola ai suoi figli. Sulmann, intellettualmente molto dotato, arriva alle soglie dell'università e si specializza in informatica in un'area dove lo studio viene considerato una colpa. Gli studenti come lui erano molto più diffidenti rispetto a quanto predicato dai talebani che facevano incursioni continue, ma erano anche più esposti, dei veri e propri bersagli per gli integralisti.

«I talebani sono andati da mio padre e gli hanno imposto di “donare” almeno uno dei suoi figli alla causa integralista -racconta Sulmann- Ma la nostra è una famiglia pacifista e così sono stati raccolti i soldi e nel giro di pochi giorni è stata organizzata la mia fuga. L'ultima parola è stata quella di mia madre: “Mai nessuno dei miei figli  finirà nella jhad!” La destinazione ultima è Londra dove già vive mio fratello». La scelta della Libia per tutti è guidata dalla vicinanza con l'Italia e dal fatto che Gheddafi aveva sostenuto l'arrivo di manovalanza per le Compagnie che lavoravano nel Paese. Dopo la sua caduta tutti credevano che valesse ancora quella politica, ma si sono scontrati con una realtà ben diversa.
Sulman è stato in Libia 10 mesi prima di potersi imbarcare per l'Italia.

«Ho dormito per strada, sono stato derubato dei miei documenti, delle foto di famiglia, lettere, titoli di studio e abilitazione all'insegnamento, del cellulare, dei pochi soldi che avevo e poi anche dei vestiti. Quando non avevo più nulla mi hanno picchiato e aggredito. Qui non se ne parla, ma in Libia è una vera e propria caccia all'immigrato che viene maltrattato e reso schiavo. Avevo trovato lavoro in una società di software informatici: mi avevano promesso una paga di 800 dinari, ma poi me ne hanno pagati solo 300. Mi sono lamentato e così non mi hanno dato neppure i 300 dinari. Ho lavorato in un negozio di fiori e l'unica paga era il mangiare. Che era anche poco. Ma tanto, qualunque cosa guadagnassi mi veniva rubato perchè i libici vogliono che il denaro rimanga nel Paese, non venga inviato alle famiglie di origine. Dopo la cattura del figlio di Gheddafi la situazione è ulteriormente peggiorata. Un mio amico, al quale la Polizia aveva ritirato il passaporto come me ha insistito per riaverlo indietro. Non ho più avuto notizie di lui».

L'unica via di uscita erano i barconi verso l'Italia pur sapendo che si trattava di, testuale, “a game of death”, un gioco della morte. E' sul barcone che lo ha portato in Italia che ha conosciuto il gruppo di connazionali con i quali vive a Capriglio ora. «E' stata una traversata spaventosa -racconta Sulmann- 52 ore su un barcone con una falla, 52 ore passate a svuotare l'acqua con i secchi, 52 ore passate con la convinzione che saremmo affondati da un momento all'altro. E poi un elicottero ci ha avvistati e una nave della Marina Italiana ci ha salvati. Non sarò mai abbastanza riconoscente verso quei marinai». In Italia, dice Sulmann, dopo tanto tempo «ci sentiamo di nuovo persone e non animali da lavoro.»

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