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Massimo Cotto: «Non aiuta il Palio
chi dice che va bene così com'è»

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Articolo pubblicato il 05/05/2015 alle ore 09:40.
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L'assessore Massimo Cotto
Massimo Cotto è diventato assessore al Palio circa un mese e mezzo fa. Un impegno gravoso, visto il momento piuttosto difficoltoso che la manifestazione sta attraversando. La partenza è stata di quelle giuste, volitiva e ricca di innovazioni. Cotto ha subito messo in mostra tenacia, voglia di fare ed entusiasmo, caratteristiche e peculiarità che da sempre contraddistinguono le numerose e svariate iniziative da lui seguite (spesso create "ex novo"). Disponibile come sempre, l'assessore ha risposto alle nostre domande parlando del presente ed illustrando ciò che vorrebbe veder nascere e svilupparsi in seno alla manifestazione.

Assessore, quando giocava a basket era un atleta corretto?
«Si, sostanzialmente si. Ero quella che si può definire una "buona mano". Quand'ero in giornata segnavo anche dagli spogliatoi, però...»
Però...
«Diciamo che non difendevo granché, preferivo attaccare. I compagni di squadra talvolta mi rimproveravano questa lacuna. Ma... perchè mi ha fatto questa domanda?»
Perchè alcuni Rettori, in occasione dell'ultimo Consiglio del Palio, hanno definito le sue direttive in ottica futura come una sorta di intervento a gamba tesa sulla manifestazione. In ambito sportivo non certo un esempio di correttezza...
«Ora è più chiaro... Io non intendevo e non intendo far male a nessuno. La mia "entrata", se così può essere definita, era essenzialmente sui luoghi comuni. L'evento stagnava, serviva una scossa e io ho provato a darla.»

Il Palio che cos'è per lei? Quanto a fondo conosceva e conosce la manifestazione?
«Dal ‘67 ad oggi credo di aver perduto una sola edizione del Palio. L'ho vissuto con l'entusiasmo tipico della gioventù, con un gruppo di amici che poi, inevitabilmente, si è perduto. In seguito il lavoro mi ha portato via da Asti, c'è stato un allontanamento, ma il Palio per me ha sempre rivestito grande importanza.»
Ha dovuto correre molto in questo mese e mezzo dal ricevimento dell'incarico?
«Sicuramente si. Ho dovuto muovermi a tappe forzate. Per spiegarmi meglio: è un po' come operare per promuovere un libro che sta per uscire ma nel contempo dover lavorare già al successivo. Sto vivendo quella che definirei una stagione di transizione. E' tardi per intervenire sull'edizione 2015 della manifestazione, il punto di svolta sarà il 2016. Due potevano essere le strade da seguire: lasciare che il Palio pian piano si spegnesse oppure rilanciare in grande stile. Io amo lottare e percorrerò la seconda strada.»

Sensazioni o percezioni particolari captate?
«Si, una su tutte. Finchè tutti gli addetti ai lavori sosterranno che la manifestazione così com'è può andare bene e funzionare non fanno un grande servizio al Palio. E' un po' nascondere la testa sotto la sabbia. Invece solo lavorando uniti, con la completa disponibilità di tutti, riusciremo a dare una svolta e a venirne fuori in maniera ottimale.»
Una parte della città però non ama il Palio...
«E quindi non ama quello che è un patrimonio di immenso valore. Purtroppo alcuni denigrano, criticano. Paradossalmente, se io non amassi il Palio mai e poi mai ne parlerei male. Farlo è autolesionismo puro.»
Accoglienza da parte del "Collegio dei Rettori?
«Positiva, anche se i più non mi conoscevano a fondo. Credo che le mie indicazioni siano state recepite nel modo giusto.»
Che cosa significa per lei la locuzione "uomo di Palio"?
«Tutto e niente. Essere uomo di Palio a mio parere significa viverlo. Ben più complesso invece comprendere la manifestazione in tutte le sue varie sfaccettature.»

Lei ha dichiarato che non si deve difendere il fortino ma attaccare. Abbiamo le armi per farlo?
«La nostra arma, la nostra forza, deve essere quella delle idee. Soltanto convincendoci di essere vincenti riusciremo a trionfare. Serviva un'inversione di tendenza. E poi serve unione, un intendimento che in questa città pare latitare. Quando è stata l'ultima volta in cui Asti si è sentita davvero unita? A memoria mia quando la città ha vissuto un dramma, quello dell'alluvione del ‘94. Sarebbe bene essere sempre uniti, non solo nelle circostanze drammatiche. Dobbiamo convincere tutta l'Italia che ad Asti si svolge una corsa meravigliosa, che rispetta totalmente le normative sulla sicurezza, situazione questa che da nessun'altra parte nel nostro Paese dove si svolgono manifestazioni analoghe al Palio si verifica. Asti deve diventare una città dove vale la pena venire.»
Dopo la raffica di modifiche sull'evento, ha in mente ulteriori iniziative?
«No, per il momento no. Credo di aver dato un segnale forte su quelli che sono i miei proponimenti e su ciò che vorrei venisse fatto per rilanciare in grande stile.»
Corteo in notturna il sabato?
«In proposito stiamo facendo attente valutazioni. Nessuna delle peculiarità della sfilata deve andare perduta. Il corteo storico va goduto in tutta la sua bellezza e in ogni sua piccola sfumatura.»

Sulla data di svolgimento della manifestazione?
«E' dal ‘67 che il Palio va in scena la terza domenica di settembre. Uno spostamento credo sia ipotizzabile.»
Museo del Palio...
«Deve essere qualcosa di vivo, di sempre fruibile. E, soprattutto, dovrà essere aperto ogni giorno.»
Quanto è importante il Palio per Asti?
«E' fondamentale. Ma troppo spesso non lo trattiamo come si meriterebbe. Lo consideriamo un ospite neppur troppo gradito, dandogli solo in minima parte il risalto che merita.»
Ultima domanda assessore: se il Palio fosse musica a quale grande personaggio o gruppo del mondo musicale lei lo avvicinerebbe?
«Un gruppo? Persin troppo facile: i Rolling Stones.
Un brano singolo?
«Sicuramente una canzone folk-rock, un mix perfetto tra tradizione e continua evoluzione.»

Massimo Elia

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