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L'autorecupero ad Asti?
Si può fare, parola di architetto

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Articolo pubblicato il 10/10/2013 alle ore 07:00.
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Uno dei nuclei ricavati nei locali dell’ex mutua di via Orfanotrofio occupata da 12 famiglie
A pensarci bene di esempi ne abbiamo già, ma non sono esattamente “riconosciuti” dalle istituzioni. Il passo in avanti che si può fare è quello di trasformare le esperienze delle occupazioni da parte di famiglie in emergenza abitativa, in esperimenti edilizi sociali. Di cosa stiamo parlando? Di un’idea di progetti di autocostruzione o autorecupero che vedono coinvolti come parte attiva di manovalanza le stesse famiglie senza casa che poi ne usufruiranno. Un’idea nata da un confronto costruttivo (nel vero senso della parola) fra gli architetti di Asti Fest e i volontari del Coordinamento Asti Est. Per la prima volta, infatti, una parte di architetti si è messa a disposizione delle famiglie senza tetto per lavorare insieme ad esperimenti che portino alla realizzazione di nuove case con costi minori e una reale partecipazione dei soggetti interessati. Un po’ quello che già è stato fatto all’ex Mutua, alla palazzina di via Allende o negli appartamenti di corso Casale.

Tutti occupati negli ultimi anni da famiglie sotto sfratto o già fuori casa che se ne sono impossessati dopo lunghi periodi di inutilizzo. In tutti questi “contenitori”, i capi famiglia e le loro mogli hanno fatto lavori di ristrutturazione e di adeguamento degli impianti e dei servizi ottenendone delle case perfettamente funzionali, fresche ed esteticamente gradevolissime. Anche all’ex Mutua, quella specie di casermone deserto da anni dove i 12 nuclei famigliari occupanti si sono accrocchiati intorno agli unici servizi igienici funzionanti. Da lì, con il tempo, hanno tirato su pareti divisorie, hanno realizzato piccoli impianti, hanno ridipinto le pareti, rivestito bagni e zona cottura e fatto altri lavori di piccolo restauro.

Gianni Cavallero, presidente della Federazione Interregionale Architetti e fra gli ideatori di Asti Fest, negli alloggi dell’ex Mutua ci è entrato e li ha visti e, da addetto ai lavori commenta: «E’ stata un’impressione fantastica quella provata andando a visitare i minialloggi. Un esempio di quanto si può fare nonostante la precarietà e la scarsità di denaro. Lavori e ristrutturazioni dettate da regole del buon costruire, nonostante l’assenza di progettisti, e del buon senso del padre di famiglia che, con la minima spesa riesce ad ottenere il massimo effetto. E poi -prosegue Cavallero- quanta vita intorno a quegli alloggi, quanta condivisione, quanta solidarietà». Da qui si potrebbe partire per un progetto più articolato che preveda, nero su bianco, una partecipazione delle famiglie alla creazione delle loro case. «Più che di autocostruzione -dice Cavallero- noi preferiamo pensare all’autoristrutturazione, visto che riteniamo sia ora di smetterla con il consumo del territorio e sia invece giunto il momento di recuperare l’esistente. E ad Asti non c’è che l’imbarazzo della scelta».

Grandi contenitori che oggi sono la causa di desertificazione di porzioni di centro cittadino che potrebbero invece tornare a vivere, in tutti i loro aspetti. «In questo progetto di largo respiro -prosegue il presidente degli architetti- può benissimo rientrare anche un esperimento di autorecupero per arginare le emergenze abitative. Sarebbe una bella prova non solo urbanistica, ma anche sociale e di integrazione. Secondo me e una larga parte di colleghi si tratta di una scommessa che si può fare. Ma non da soli; bisogna che ci si sieda tutti intorno ad un tavolo (amministrazione, enti che si occupano di pianificazione urbanistica, assistenza sociale, associazioni che seguono le emergenze abitative) e si detti un piano d’intervento dettagliato. Noi ci siamo, aspettiamo solo la chiamata».

Daniela Peira

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