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La denuncia: «Mia madre, 99 anni
dimenticata al pronto soccorso»

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Articolo pubblicato il 01/03/2016 alle ore 07:00.
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L'ingresso del Pronto soccorso all'ospedale Massaia di Asti
«Non è solo una questione di organizzazione, ma di totale disumanità nei confronti di una donna di 99 anni e 40 chili di peso». E’ molto dura Nella Grazioli mentre racconta la sua brutta avventura al Pronto Soccorso di Asti dove ha accompagnato, nei giorni scorsi, l’anziana madre. L’anziana signora già dovette ricorrere alle cure dell’ospedale di Asti nel 2013 a causa di un’ischemia acuta degli arti inferiori dovuta ad una tromboembolia arteriosa causata da una fibrillazione atriale. All’epoca, il dottor Delemont, chirurgo vascolare, riuscì, nel giro di poco più di un’ora, a predisporre un intervento chirurgico che le salvò la gamba pur avvertendo i famigliari del fatto che un analogo episodio avrebbe potuto ripetersi. «Da quel giorno – afferma la signora Nella – abbiamo fotocopie di quella diagnosi e del referto del dottor Delemont in ogni cassetto di casa di mia madre e nella cartellina medica, pronti ad esporle ai medici che dovessero occuparsi di lei».

Ed è proprio con quei documenti medici che qualche giorno fa la donna ha accompagnato l’anziana madre al Pronto Soccorso perché si è verificato un altro episodio di tromboembolia. «Siamo arrivati in ospedale intorno alle 10,30 – ricorda Nella Grazioli – e abbiamo subito fatto presente all’infermiere del triage la situazione delicata di mia madre, fra patologie, età avanzata e fragilità fisica, presentando anche tutta la documentazione medica in nostro possesso. L’addetto all’accettazione, con mio sgomento, le ha assegnato un codice bianco, mettendola in attesa in una sala già colma di pazienti di ogni genere». A nulla sono valse le rimostranze della figlia che ha fatto presente come la situazione della madre fosse esattamente come quella che, tre anni prima, aveva portato ad un intervento cardiovascolare d’urgenza per scongiurare il pericolo di un’amputazione.

L’anziana donna è rimasta con la badante e con la figlia seduta in un angolo della sala d’attesa, con la gamba totalmente insensibile per oltre un’ora prima che cominciasse ad accusare forti dolori e non riuscisse più a reggersi neppure sulla sedia. Altro “assalto” della figlia all’accettazione con la richiesta di una rivalutazione del caso. «Ad un primo diniego dell’infermiera, che mi ha risposto che era lei a decidere la gravità dei casi”, dopo qualche minuto mia madre finalmente è stata chiamata dentro. Dopo pochi minuti dopo è stata rinviata in sala d’attesa, sempre con un codice bianco. Io non sapevo più come fare per far capire che la situazione invece era grave. Quasi disperata, sono salita al reparto di chirurgia vascolare che l’aveva seguita nel precedente intervento ma loro mi hanno riferito di non avere possibilità di interferire con il Pronto Soccorso».

Forse una telefonata è partita perché quando la figlia torna in sala d’attesa la madre era stata visitata ed era stata disposta una Tac al cervello il cui risultato è arrivato tre ore dopo. Altre tre ore di attesa in cui l’anziana, ormai sfinita dal dolore, dal digiuno e dalla posizione, dava segni di grande sofferenza. «Ho chiesto almeno una barella per stenderla – riferisce ancora la Grazioli – e, visto che nessuno mi dava retta, ne ho trovata una da sola, l’ho presa e vi ho steso sopra mia madre». Verso le 17,30, quindi sette ore dopo l’arrivo in Pronto Soccorso, arriva il risultato della Tac al cervello che non evidenzia nulla di anomalo. Ma solo in quel momento viene in mente di interpellare il chirurgo vascolare. Scende dal reparto la dottoressa Valeria Tavolini che, con una semplice ecografia e in pochi minuti comprende non solo il motivo della sofferenza dell’anziana, ma anche la gravità delle sue condizioni.

«Non ringrazierò mai abbastanza quella dottoressa – dice la Grazioli – perché solo grazie alla sua decisione è riuscita ad organizzare la sala operatoria per un intervento d’urgenza, che è poi avvenuto  un’ora dopo con il forte rischio di amputazione della gamba. Quello stesso rischio che io, mio fratello, i miei nipoti avevamo prospettato fin dal nostro ingresso in Pronto Soccorso con le cartelle cliniche in mano. Ci hanno fatto perdere tempo per sette ore per una diagnosi che era già sotto gli occhi di tutti, bastava leggere le cartelle cliniche». Per fortuna tutto si è concluso bene, la signora Luisa ha potuto festeggiare giovedì scorso i suoi 99 anni circondata dalla famiglia, ma i figli hanno ritenuto di rendere pubblica la loro storia perché sia l’Asl che gli amministratori locali facciano pressione per ottenere un Pronto Soccorso efficiente e davvero utile ai cittadini.

«Al pari, ad esempio, del servizio di chirurgia cardiovascolare che per due volte ha salvato la gamba a mia madre o a quello in cui lavora il dottor Agostino Roasio che ha riconosciuto in mio marito, lì per una banale seduta, un infarto asintomatico che avrebbe potuto costargli la vita». Oltre a quello all’ospedale, la famiglia ha presentato anche un esposto alla Procura della Repubblica di Asti.

Daniela Peira

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