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Il ricordo di Giovanni Marello:
«23 aprile 1945, Canelli liberata»

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Articolo pubblicato il 26/04/2013 alle ore 11:03.
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Giovanni Marello, classe 1929, nella sua bottega di via Garibaldi
Se a Canelli si cerca una testimonianza diretta degli anni della Resistenza partigiana non si puó che domandare a Giovanni Marello, classe 1929. Dalle finestre della sua casa in via Garibaldi, a pochi passi dalle chiesa di S. Tommaso, ha visto i rastrellamenti, le sparatorie in strada tra fascisti e partigiani, ha sentito sopra la sua testa il rumore assordante di Pippo (Pipeta per i canellesi), l’aereo americano che sorvolava i cieli monferrini e della Langha per lanciare rifornimenti agli alleati o bombe sul nemico. Sguardo lucido e ricordi cristallizzati. Giovanni, seduto dietro la macchina da cucire del suo negozio, racconta con voce sicura quell’ultimo anno di guerra, tra il ‘44 e il ‘45 alternando l’italiano al dialetto canellese. “Tutto era diverso negli anni della guerra” racconta e ci spiega il motivo. Uscendo dalla porta della sua casa, che ora è l’ingresso del suo negozio di tappezzeria, si scendeva verso piazza Cavour in un percorso obbligato dai reticolati di filo spinato. A Canelli c’erano posti di blocco installati dai fascisti e dai tedeschi. In via Roma, via Giuliano e via Alba, poco prima del Gazebo, giusto per citarne alcuni. “Se ti fermavano e non eri in regola, non esibivi il lasciapassare erano guai” racconta Giovanni.

Per lui che con il padre faceva il "materassaio" ed era costretto a spostarsi per i paesi  rispettando il coprifuoco delle 18 restare chiuso in casa non era possibile e così era riuscito a procurarsi alla Casa del Fascio un documento valido per tutti i posti di blocco. Una rarità spiega, un lasciapassare prezioso riservato solo ai dottori e alle ostetriche, ottenuto con una buona parlantina e tanto coraggio. Non stentiamo a crederlo. Giovanni è brillante ancora adesso che ha 84 anni, possiamo immaginarcelo da giovane. Perché Giovanni era solo un ragazzo all’epoca, di 15-16 anni. "I fascisti che mi fermavano per i controlli volevano che mi unissi alla milizia" racconta con un mezzo sorriso "promettevano lauti compensi e di dotarmi di un moschetto". Io tergiversavo. Un giorno sono venuti a cercarmi a casa, solo le suppliche di mia madre mi hanno salvato. Ero l’unico figlio".

Gli episodi si sommano mano a mano che il racconto procede nel tempo. In tre anni Giovanni sembra aver vissuto tre vite. Ricorda la crudeltà dei gerarchi fascisti che controllavano Canelli, la paura costante di essere accusato come nemico da una parte o dall’altra. Il caos dell’8 settembre 1943 con i soldati in fuga dal fronte nel tentativo di raggiungere le proprie famiglie. I più si tenevano lontani dai centri abitati ma qualcuno si avvicinava per chiedere cibo e abiti civili. “Come tre veneti, che bussarono alla nostra porta” continua Giovanni “Poveri diavoli, erano tutti e tre giovani sulla trentina, arrivavano dal Moncenisio a piedi e volevano raggiungere Padova. Allora Guido Ruffinengo, il guardafili del telegrafo, gli spiegò come raggiungere Cremona senza passare dalle città o dai paesi per evitare i rastrellamenti. Era sufficiente seguire i fili del telegrafo. Partirono e dopo un anno dalla fine della guerra quei tre sono tornati dalla provincia di Padova e hanno offerto la cena a tutti noi al Ristorante Croce Bianca. Sa, era il ristorante migliore di Canelli!”.

Un momento critico si ebbe però nell’estate del ‘44 quando la città rischiò di essere messa a ferro e fuoco dai tedeschi, infuriati per una scorreria dei partigiani. L’intervento di Lamberto Gancia che offrì ai soldati casse di vino per farli ubriacare, salvò la città e i suoi abitanti. Poi ci furono i quattro ragazzi, poco più che ventenni, nascosti dal sacrista sul campanile di S. Tommaso, sotto le campane, per sfuggire ai rastrellamenti. Rimasero lì sotto due mesi in pieno inverno, tra il dicembre ‘44 e il gennaio ‘45, ma si salvarono. Altri cinquanta giovani, meno fortunati, tutti di Canelli furono portati dai fascisti a Nizza e lì caricati sui treni per portarli nei campi in Germania. “Nessuno di loro è più tornato” commenta Giovanni in piemontese. La voce non è rotta ma lo sguardo è distante.

Si riprende subito per raccontare con energia aneddoti sui partigiani che ha conosciuto, perché ci tiene a precisarlo: “io le racconto solo quello che ho visto”. Spuntano i nomi di Giovanni Rocca, il comandante “Primo” della IX Div. Garibaldi "Alarico Imerito", di Davide Lajolo e Pinolo Scaglione, il “Nuto” di Cesare Pavese, che anni dopo fu anche un suo cliente. Racconta come nelle brevi tregue dai combattimenti il padre lo mandasse di nascosto a chiedere le sigarette ai partigiani perché in città non se ne trovavano. “In Italia la guerra è finita il 25 aprile. A Canelli il 23, quando la città cadde sotto il controllo dei partigiani”. Gli chiediamo che cosa risponderebbe a chi professa una certa nostalgia per gli anni del regime fascista. La sua risposta è lapidaria e cita Cesare Pavese: “Mi auguro che quell’orrore non torni più. Io mi ricordo quando la gente parlava piano”. Una frase che racchiude tutto il senso della Festa della Liberazione.

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