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Giornata mondiale contro il suicidio
Ecco come prevenirlo

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Articolo pubblicato il 10/09/2014 alle ore 11:29.
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Il prof. Maurizio Pompili
Il 10 settembre è la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio. Ne abbiamo parlato con il prof. Maurizio Pompili, che si occupa quotidianamente del fenomeno come ricercatore presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell'Università "La Sapienza" di Roma, nonché responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell'Azienda Ospedaliera Sant'Andrea di Roma.
«Eventi come la "giornata mondiale" sono fondamentali perché non si rivolgono solo agli esperti. L'informazione è decisiva per gli operatori professionali ma lo è altrettanto per il resto della comunità– - spiega Pompili -– Aumentare la consapevolezza del fenomeno equivale a contenerlo, a depotenziarlo. L'OMS (organizzazione mondiale della sanità) ha da poco diffuso il suo rapporto ufficiale sul suicidio. Vi afferma che gli stati membri devono farsi carico della prevenzione tramite strategie anche nazionali».

Ritiene che l'informazione sul tema sia scarsa, oppure inadeguata?
«Spesso si parla di suicidio in maniera scorretta, vi si attribuisce uno stigma. In origine, lo "stigma" era un marchio sul bestiame, poteva servire per contenere le epidemie. Ma lo stigma, riferito al suicidio, lo rende simbolo di qualcosa da cui stare lontani, da temere. Non si parla di prevenzione, ci si limita a ritenerlo un fatto nefasto. Al contrario la prevenzione ha a che fare con la voglia di vivere dei soggetti interessati, gli stessi che se aiutati decidono di vivere. Loro lo vogliono ardentemente».

Quali progressi ha fatto la ricerca negli ultimi anni?
«Il suicidio è un fenomeno multifattoriale, in cui svariati elementi concorrono a portare il rischio. Si è fatto un passo avanti non appena si considera la sua complessità, il suo coinvolgere un intero individuo. Altrimenti il fenomeno viene visto in maniera sterile o distaccata, da un'ottica neuropsicobiologica: marker più a rischio, geni più vulnerabili. Ciò che manca è sapersi confrontare con la personale sofferenza del singolo individuo, saper empatizzare. Tutt'altro che un processo scontato, da parte del medico o dell'operatore, che può distaccarsi emotivamente. Il suicidio è l'esito finale di un lungo dialogo interiore, al termine del quale il soggetto lo ritiene preferibile alla sua sofferenza mentale, divenuta ormai insostenibile. È in questo frangente che ci si dovrebbe intromettere. Campanelli d'allarme sono affermazioni sull'inutilità della vita, sonno difficoltoso, ansie, repentini mutamenti di umore, ma anche abuso di sostanze e aggressività, a cui famiglie e operatori devono prestare attenzione».

Quali sono le forme di prevenzione?
«Quella primaria riguarda l'intera popolazione e si svolge in campagne divulgative. La secondaria si rivolge a individui o gruppi a rischio, come giovani in difficoltà o anziani soli. La terziaria è dedicata infine a chi ha già avuto esperienze con il suicidio. Ci sono approcci diversi, si sta lavorando per essere sempre più puntuali e vicini ai bisogni».
Altre informazioni sul sito www.prevenireilsuicidio.it

Fulvio Gatti

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