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Caso Ceste, nuove verità
sulle cause della morte?

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Articolo pubblicato il 15/03/2016 alle ore 07:00.
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Michele Buoninconti all'ingresso del tribunale in un'immagine dello scorso ottobre
Letto, corretto, ritoccato, riletto, poi finalmente la stesura finale. E’ pronto per essere depositato questa mattina, martedì, il ricorso alla Corte d’Appello d’Assise di Torino per la condanna a 30 anni inflitta in primo grado, ad Asti, a Michele Buoninconti per l’omicidio della moglie Elena Ceste. In realtà i ricorsi saranno due: uno dell’avvocato Enrico Scolari di Ivrea e uno del collega Giuseppe Marazzita di Roma. Il primo in punto probatorio, il secondo in punto giuridico, secondo quanto trapelato. La difesa ha avuto 45 giorni di tempo, dal deposito delle motivazioni ad inizio febbraio, per elaborare la sua controffensivo di secondo grado. In realtà a questo delicato e complesso caso, l’avvocato Scolari stava già lavorando da molto prima (salvo il periodo di “vacanza” della revoca del mandato subito poi ritirata).

I tre punti sui quali aveva annunciato di voler approfondire il ricorso erano gli stessi che sono stati i pilastri dell’accusa: causa della morte, terriccio rinvenuto sugli abiti di Elena consegnati ai carabinieri e celle telefoniche. Pare che sia soprattutto sulle ragioni che hanno portato al decesso della donna che la difesa abbia puntato un risultato diverso a questo “secondo giro” di processo. Al processo di Asti si sono confrontate in aula due tesi di morte contrapposte: quella per strangolamento sostenuta dalla pubblica accusa e dalla parte civile (che aveva nominato come consulente di parte il dottor Testi) e quella per assideramento propugnata dalla difesa collocata in una forte crisi psicotica che avrebbe investito Elena quella mattina spingendola a denudarsi, a vagare per la campagna fredda e a nascondersi (o a cadere) nel rio Mersa dove è stata trovata nove mesi dopo.

Una accurata rilettura dell’esame autoptico da parte di un nuovo consulente della difesa avrebbe fornito agli avvocati e all’imputato un particolare che fornirebbe una nuova ipotesi di morte della donna, non omicidiaria. Sulle tracce di fango si insisterà sull’esiguità del campione rilevato rispetto all’evidenza scientifica per validarne gli esiti mentre sulla geolocalizzazione di Michele quel mattino e sui suoi spostamenti attraverso i passaggi nelle celle telefoniche, la difesa ha perfezionato la convinzione dell’imprecisione di questo metodo per collocare l’uomo nella mappa fra casa, rio Mersa e strade limitrofe. Mentre Michele attende l’udienza di aprile al tribunale dei Minori cui si era rivolto per poter incontrare i suoi figli che non vede dal giorno del suo arresto, a fine gennaio 2015.

Daniela Peira

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