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Caso Ceste, i giudici: «Tra Elena
e Michele la situazione non era tesa»

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Articolo pubblicato il 28/02/2015 alle ore 08:08.
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Un ritratto di Elena Ceste
Ad una settimana esatta dalla decisione dei tre giudici donna del Tribunale del Riesame di Torino, arrivano anche le corpose motivazioni sul caso Ceste: pagine in cui sono ripercorse ed analizzate le indagini svolte dai carabinieri di Asti coordinati dalla Procura. Con una novità, rispetto a quanto già detto e scritto sugli indizi che hanno portato all'arresto di Michele Buoninconti, marito di Elena: per i tre giudici la donna non sarebbe stata sorpresa nuda mentre finiva di lavarsi dal suo assassino, bensì sarebbe stata uccisa in casa e portata sulle sponde del rio Mersa vestita e solo lì sarebbe stata spogliata degli abiti che indossava. Una ricostruzione definita “plausibile” per due motivi. Il primo è riferito al fatto che i vestiti consegnati ai carabinieri nella mattinata della scomparsa freschi di bucato (quindi indossati dopo aver fatto il bagno) erano tutti rivoltati: maglia, pantaloni, collant.

E poi perchè su un collant e sul pantalone erano presenti due differenti tracce di terriccio che si trova sul rio Mersa e non nel cortile di casa Ceste Buoninconti. Una traccia da gocciolamento fangoso che ha intriso la trama dei collant post intervento che indossava la donna e una da trascinamento. Entrambe le tracce, per i giudici del Riesame, che possono essere spiegate con il fatto che la donna sia stata spogliata, già priva di vita, sul luogo di abbandono del cadavere. E poi l'attesa spiegazione della derubricazione dell'omicidio premeditato.

Nelle motivazioni si legge che, pur essendo emersi problemi di relazione fra i coniugi, non vi era una situazione così tesa e difficile, nemmeno nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti la scomparsa della donna, da poter giustificare l'elaborazione di un piano compiuto per privarla della vita. Anche le tempistiche, molto ristrette, in questo senso giocano a favore di Michele che avrebbe potuto scegliere un altro momento, con maggiore “comodità” di azione per portare a compimento il suo supposto intento omicidiario.

Le stesse tempistiche ristrette degli accadimenti di quel 24 gennaio mattina però, dimostrerebbero la capacità di prendere decisioni importanti, veloci e razionali dell'indagato che avrebbe inanellato una serie di comportamenti per mettersi al riparo dai sospetti: la ricerca della donna in auto, le telefonate ai vicini di casa per far partire l'allarme della scomparsa il prima possibile, la stessa scelta di nascondere il cadavere nudo per accelerarne la decomposizione scegliendo un posto che la sua esperienza di vigile del fuoco gli consigliava come sicuro (effettivamente è avvenuto visto che il rio è rimasto inesplorato per dieci mesi e solo un caso fortuito ha permesso il ritrovamento del cadavere).

Per i giudici del Riesame, dunque, quegli stessi elementi di depistaggio che per Procura e investigatori erano il segno di un piano preordinato, sono invece il frutto di una non comune prontezza di reazione dopo che l'omicidio era accaduto. Anche se, ritenendo non sufficienti le tensioni fra i coniugi a giustificare l'omicidio, gli stessi giudici torinesi hanno ammesso di non avere idea di quale possa essere stato l'elemento scatenante la furia dell'indagato.

Daniela Peira

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