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“Asti d’appello” chiede aiuto,
ma l’edizione 2016 si farà comunque

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Articolo pubblicato il 26/01/2016 alle ore 07:00.
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Da sinistra: Massimo Cotto, Donatella Gnetti e Piero Ghia durante la conferenza stampa (foto Pletosu)
Sembra un bisticcio di parole. Proprio il Premio Asti d’Appello ha deciso di fare udire la sua voce con un appello. «Per chiarire – dice il presidente Piero Ghia – In modo che nessuno un domani possa dire: “se solo l’avessimo saputo…”». Quello che c’è da sapere, e che era nell’aria da tempo, è che il premio che porta in città gli scrittori reduci dai premi più importanti nel panorama letterario nazionale sta vivendo un momento difficile dal punto di vista economico. Tanto che il suo direttivo si è seriamente interrogato sul futuro, prima di decidere che l’edizione 2016 del Premio si farà, nonostante le difficoltà.

L’urgenza di dire alla città le cose come stanno è stata probabilmente dettata dall’incredulità che in questo “gioiellino” che sa coniugare buona letteratura, buona musica e un pizzico di mondanità, siano in pochi a investire. E dire che il premio sembra non presentare un conto proibitivo, costa circa 50 mila euro l’anno, che pochi main sponsor potrebbero decisamente contribuire a pagare. Una chiara richiesta d’aiuto quella del presidente Ghia, che senza mezzi termini rivolge un appello alle aziende, ai mecenati, agli astigiani perché dicano concretamente che a questa occasione non vogliono rinunciare. «”Asti d’appello” – ricorda l’assessore alla Cultura Massimo Cotto – in questi anni ha saputo raggiungere grandi risultati. Se si misurano la partecipazione popolare, le reazioni al termine della serata al teatro Alfieri e le reazioni ottenute nel mondo degli scrittori, il Premio è un successo. Bisognerebbe che non si navigasse sempre a vista, per questo potremo intervenire anche come Comune».

Un’opportunità e una vetrina per Asti che, “unitamente a Passepartout e ad Asti Teatro, costituisce un tridente vittorioso per una città recentemente baciata dal riconoscimento Unesco”, ha scritto nella lettera che ha fatto pervenire al Presidente Ghia, Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, che del Premio è tra i rifondatori. Il riconoscimento, che vide tra i premiati anche Italo Calvino nel 1967 (nel 1968 s’interruppe sull’onda della contestazione non prima di avere premiato Anna Banti con “Noi credevamo”), è ricominciato nel 2009 da un’idea di Paolo Conte. Sono così arrivati in città scrittori del calibro di Elena Loewental, Lidia Ravera, Antonio Pennacchi e grandi musicisti come Uto Ughi, Ramin Baharami, Nicola Piovani e Roberto Vecchioni. Un premio che per questa qualità di interventi, per l’atmosfera e l’autorevolezza conquistata, meriterebbe di essere sostenuto. In una città di cui potrebbe essere davvero il vanto.

Alessia Conti

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