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Alberti e i suoi partigiani della “smilza”
Storia semisconosciuta di un comando Gl

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Articolo pubblicato il 24/02/2016 alle ore 09:57.
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Un'immagine d'epoca scattata a Pino d'Asti
L’esistenza del comando partigiano a Pino del quale De Mattei faceva parte trova conferme e nuovi dettagli in Giovanni Savarino e Oreste Berra, cognati novantenni, memoria storica del paese. Si trattava di un comando di Giustizia e Libertà, il comandante era Alberti ed era una “smilza”, ovvero un’unità con pochi combattenti, non più di trenta, assicurano i due pinesi. Ma con due diverse “sedi”: quella del comando vero e proprio a casa Olivieri, davanti all’attuale Municipio e una cascina verso Mondonio che era presidiata dalle guardie partigiane incaricate di intercettare l’arrivo dei tedeschi prima che giungessero in paese in modo da dare l’allarme e consentire a quelli del comando di dileguarsi. «Era tutta gente che veniva da fuori, soprattutto dalle montagne – racconta Oreste Berra sul filo di una straordinaria memoria di quegli anni – Del paese c’erano solo il Gaby (Gabriele Berra) e i Chiesa che, alla fine della guerra, emigrarono in Venezuela».

In paese, ricordano Savarino e Berra, tutti sapevano che c’era il comando e che si trattava di partigiani, ma non ci sono mai stati episodi di delazione. Anzi, i contadini cercavano di aiutarli, di dare loro da mangiare e di ospitarne qualcuno a dormire al caldo delle stalle. I partigiani, dal canto loro, agli arrivi dei lanci distribuivano anche qualcosa alla gente che li aiutava. Anche Oreste e Giovanni, insieme ad altri giovani del paese, diventarono “collaboratori” dei partigiani. «Io non ero proprio un partigiano, ma visto che ero disertore, perché dopo l’8 settembre sono tornato a casa e non mi sono più ripresentato, loro hanno avvicinato me e gli altri nelle mie stesse situazioni e ci hanno chiesto di fare dei turni di guardia - racconta Oreste - così siamo stati sentinelle a San Francesco, alla Rocca, agli altri posti di ronda». Proprio la sua condizione di disertore apre un capitolo che avrebbe del comico se non fosse contestualizzato in mesi in cui la vita era sempre appesa ad un filo.

«Quando sono fuggito dalla caserma insieme agli altri commilitoni – ricorda Berra – ho raggiunto la stazione ma ero ancora vestito in divisa. Ho trovato una famiglia che ha radunato qualche indumento civile e mi sono buttato sul treno per Chivasso dove un mio cugino lavorava come ferroviere. Mi accolse nel suo ufficio e mi nascose sotto la scrivania fino a quando mio padre non venne a prendermi, in bicicletta. La settimana dopo mandai un pacco con i vestiti lavati e piegati alla famiglia che mi aiutò alla stazione, con un salame dentro per ringraziamento. Loro mi restituirono la mia divisa con un pacco di riso». Piccole storie di solidarietà e di umanità, ma anche di ironia. «Tornati a Pino, io e gli altri due disertori eravamo ricercati dai carabinieri per tornare sotto le armi. E avevamo paura che qualcuno facesse la spia. Così, dopo un mese, abbiamo salutato tutti dicendo che la licenza era finita e abbiamo fatto finta di tornare a combattere».

Invece rimanevano nascosti dentro dei pozzi di campagna dove i genitori portavano da mangiare e uscivano solo di notte per sgranchirsi le gambe o per fare le ronde partigiane. Stessa scena finta a Natale del 1943. Vividissimo anche il ricordo del rastrellamento del 3 marzo. «Quel giorno i partigiani che erano di guardia verso Mondonio non si accorsero che i tedeschi stavano invece arrivando da strade di campagna – ricorda Giovanni Savarino, il cui padre fu il primo sindaco del Dopoguerra quando Pino tornò ad essere Comune autonomo e non più frazione di Castelnuovo – e riuscirono ad avvertire il comando per un soffio. Ma i tedeschi presero tutti i civili che incontrarono per strada e li usarono come “scudi umani” contro eventuali attacchi partigiani. A piedi percorsero la strada fino a Cocconato dove rimasero ostaggi per qualche giorno prima di essere rilasciati. Alla galleria di Gallareto, mentre si avviavano proprio a Cocconato, in effetti un attacco partigiano ci fu e un ragazzo, Enrico Cafasso, che era un civile, per paura provò a scappare e fu falciato da una mitragliata.

Giovanni, con un piccolo aiuto alla memoria della figlia Adriana, grande cultrice della storia locale, ricorda l’abbattimento di un caccia inglese il cui pilota si salvò paracadutandosi nelle campagne di Ranello e si ricorda anche dello scalpore che fece il sequestro e l’uccisione del Questore Serra ad Albugnano per questioni legate alle licenze di caccia. Berra e Savarino non hanno ricordi di “spie conclamate” in paese, ma che i tedeschi sapessero che c’erano i partigiani e i sospetti su chi potessero essere i fiancheggiatori, questo era noto. Lo sa bene Berra. «All’epoca, con mio padre, avevamo preso in gestione l’attuale Mulino Giargia di Passerano, perché con il razionamento e le tessere, il nostro vecchio mestiere di lattai non rendeva più. Ma mio padre soffriva d’asma, così, fra una guardia partigiana e l’altra, facevo andare avanti il mulino insieme ad un giovane garzone. Una delle prime settimane del 1945 stavo andando in bicicletta da Pino a Passerano quando ho incrociato una colonna di tedeschi aperta da un carro armato.

Mi sono accodato ad un anziano in bicicletta e sono scampato alla cattura solo perché mi hanno scambiato per il figlio. Con il garzone abbiamo lavorato tutto il giorno poi, la sera, la stessa colonna, mentre tornava verso Cocconato, si è fermata davanti al nostro mulino e sono scesi tutti a fare la perquisizione, probabilmente perchè sapevano che collaboravo con i partigiani. Ho fatto appena in tempo ad aprire una botola ed a buttarmi giù insieme al garzone nel cassone in cui tenevamo il grano da macinare, immersi fino al collo. Ci siamo richiusi il coperchio sopra e abbiamo sperato che non ci trovassero. Abbiamo sentito i tedeschi gridare che se non usciva fuori nessuno avrebbero dato fuoco al mulino e sentivamo gli scarponi sopra il coperchio, mentre urlavano. Il garzone si è messo a piangere dalla paura e io gli ho tappato la bocca perché non si sentissero i singhiozzi da sopra. Per ore i tedeschi hanno setacciato ogni angolo del mulino e noi con la paura di fare la fine dei topi. Poi, per fortuna, se ne sono andati così come erano venuti e noi siamo usciti fuori».

d.p.

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