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Addio Diavolo Rosso, quali ipotesi per il futuro?

Una breve proroga è stata concessa fino al 16 maggio, per restare aperti durante l’Adunata nazionale degli alpini

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Articolo pubblicato il 04/05/2016 alle ore 05:55.
Addio Diavolo Rosso, quali ipotesi per il futuro? 3
Un concerto acustico al Diavolo Rosso, di scena Il disordine delle cose

Le storie più belle sono quelle che vorremmo non finissero mai. Ma è la natura delle storie, e se volessimo volare alto, potremmo dire che così è anche la vita. Restiamo invece ancorati a terra per raccontare del Diavolo Rosso, sedici anni di musica, teatro e mostre, chiusi domenica sera con lo spegnersi dei riflettori.

Dopo anni di incertezza e rimandi, alla fine l’Associazione che gestiva il locale ha alzato bandiera bianca e accettato l’inevitabile: un affitto impegnativo e spese fisse non sempre sostenibili, fino a che i proprietari dell’edificio non hanno chiesto di avere nuovamente la disponibilità dei muri. Ultimo a esibirsi in ordine di tempo, Mimmo Locasciulli, che domenica di fronte a un centinaio di spettatori ha lanciato un appello: «Un locale così non c’è in tutta Italia, non lasciatevelo portare via». Una breve proroga è stata concessa fino al 16 maggio, per restare aperti durante l’Adunata nazionale degli alpini. Fino ad allora, il Diavolo Rosso sarà aperto ma senza eventi in programma. Dopodiché, Asti non potrà più contare su uno dei palchi più suggestivi, diventato nel corso del tempo anche tra i più prestigiosi.

Artisti di ogni angolo d’Italia - e non solo - avevano sentito parlare di quella chiesa barocca dove si celebravano il blues e il vino. A decidere il calendario uno dei fondatori, Gianluigi Porro, insieme al direttore artistico Fabio Gallo e in tempi più recenti anche i ragazzi di Libellula Music. Che sarebbe stata una strana storia, magari non compresa fino in fondo dalla città, lo si poteva immaginare subito: nato per volontà di 35 soci fondatori, venne inaugurato il 29 febbraio 2000, anno bisesto. “Diavolo Rosso” era un omaggio all’eroico ciclista Giovanni Gerbi, ma era implicito un ammiccamento tra sacro e profano.

Il Diavolo Rosso è stato un palco per improbabili gruppi musicali così come per artisti di fama, sede del festival A sud di nessun nord, ambientazione di videoclip (vedi box in questa pagina). Per molti è stato soprattutto un luogo di socializzazione, un porto accogliente dove concludere la giornata. I più giovani vi facevano tappa prima di andare in discoteca, quelli con qualche annetto in più aspettavano di essere messi alla porta con il bicchiere della staffa ancora in mano. Non solo un locale, il cui destino non ha mai lasciato indifferente la città. Quando sono iniziate a circolare le prime voci su una possibile chiusura, affezionati e artisti hanno dato vita a una campagna di solidarietà a sostegno delle attività culturali del Diavolo.

La difficile convivenza con il vicinato, a fine 2014, portò a un’analoga mobilitazione. Il pubblico ci mise la faccia, letteralmente, facendosi ritrarre in foto con un cartello che citava Nietzsche: “Senza musica, la vita sarebbe un errore”. Tutto finito? Non è detto. In questi giorni, molte forze a livello locale si stanno dando da fare perché dopo sedici anni l’attività possa proseguire sotto le volte della ex chiesa di San Michele. Tra le idee che circolano, quella di mantenere la missione culturale che caratterizza il locale e affiancarvi uno spazio enoteca, aperto alle aziende vinicole. Un punto informazioni sui vini dell’area Unesco, strategicamente piazzato tra i palazzi del centro con i loro musei. I prossimi mesi ci diranno se la storia del Diavolo Rosso è davvero alla fine, o se girando la pagina troveremo un nuovo capitolo.

Enrico Panirossi

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