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"Accudisco da sola mia madre"
Il caso allo sportello del lettore

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Articolo pubblicato il 14/01/2013 alle ore 07:00.
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Le familiari di Lodovina Conti mostrano i documenti che cerfificano l’invalidità al 100% della madre
Ci sono malattie, come l’Alzheimer, a doppio taglio, perché, com’è risaputo, colpiscono sia chi perde in prima persona la salute, sia i familiari vicini, seppur indirettamente, ma comunque in modo drammatico. Proprio per questo, le persone coinvolte si sentono spesso lasciate sole e senza sostegni adeguati ad afrontare e gestire la diicile situazione. Come dimostra il caso di Lodovina Conti, 91anni, di Portacomaro, che dal 2011 deve fare i conti con i sintomi sempre più invalidanti di questa malattia, oltre a convivere con una serie di altri disturbi, tra cui quelli cardiaci. Tant’è che dallo scorso agosto, la figlia, Silvana Pavese, 62 anni, residente a Torino, ha dovuto trasferirsi presso la casa della madre, dove quest’ultima viveva da sola, continuando però a sostenere le spese per l’abitazione nel capoluogo torinese.

Da allora, Silvana accudisce la madre Lodovina 24 ore su 24, senza poter contare su nessun aiuto esterno, se non, in caso di necessità, sull’appoggio del fratello e della cognata, che vivono però a Castagnole. I sintomi Le prime avvisaglie della malattia che ha colpito Lodovina si sono manifestate circa due anni fa. “Quando telefonavamo - ricorda la figlia Silvana - per chiederle se stesse bene e se avesse mangiato, lei rispondeva di sì, ma una volta sul posto trovavamo il frigorifero vuoto oppure scoprivamo che non aveva consumato ciò che le avevamo cucinato, giorni prima, perchè avesse un po’ di scorta. Purtroppo, con il passare del tempo e in particolare nell’ultimo anno, la situazione è molto peggiorata. Mia madre non riconosce più i parenti, nemmeno me che l’accudisco, se non in casi rari e per pochi istanti; non ha memoria, manca di continuità nel portare a compimento le normali azioni quotidiane, come mangiare; non ha il corretto orientamento spazio temporale.

Inoltre, ha difficoltà a camminare e di spostamento, per cui necessita di una sedia a rotelle, e talvolta soffre di disturbi del sonno. Recentemente, è caduta, rompendosi un polso. A seguito dell’insorgenza della malattia e dopo una prima visita da parte del medico di base, Giuseppe Ruta, la famiglia ha dunque avviato la richiesta per il riconoscimento di invalidità della madre e per l’ottenimento dell’assegno di accompagnamento. “In questo modo - dichiara Silvana - potremmo pagare una donna, per farci aiutare ad assistere mia madre. Da sola, infatti, come posso prendermi cura di lei continuamente, giorno e notte? E se mi ammalo? O più semplicemente, come posso assentarmi anche solo fare la spesa?” Nonostante però tre visite, di cui l’ultima lo scorso 15 novembre, da parte della commissione medica, composta da tre membri, presso la sede del servizio di Medicina Legale, in via Baracca, ad Asti, Lodovina non ha ottenuto l’assegno di accompagnamento.

“Secondo i medici che l’hanno visitata, infatti - riferisce Silvana - non è necessario concedere a mia madre l’accompagnamento, nonostante le sia stata riconosciuta l’invalidità al 100%. Eppure, nel corso dell’ultima visita, di fronte ai medici, ha sostenuto di vivere da sola e che io non sono una sua parente. Personalmente - aggiunge - mi sento presa in giro. Per non parlare del trambusto, che ogni volta si crea alla persona ammalata, per sostenere queste visite, talvolta umilianti, e dei relativi costi cioè 80 euro per il certificato di richiesta da parte del medico di base, più 40 euro per il trasporto in ambulanza.

Fortunatamente, abbiamo avuto esperienze positive con il personale medico ed infermieristico dell’ospedale “Massaia,” tra cui il neurologo Daniele Caneparo, il direttore responsabile del reparto di Oculistica, Elio Prosio e il reparto di Fisiatria, che ringrazio, per come hanno seguito all’occorrenza mia madre. “A fronte dunque della riconosciuta malattia - incalza Silvana - chiediamo che venga anche riconosciuto a mia madre il diritto all’assegno di accompagnamento. Per questo fine, mi sono rivolta al patronato Acli, per fare ricorso. Mi chiedo, infatti, con quale criterio la commissione della Medicina legale faccia queste visite e secondo quali parametri formuli le proprie valutazioni. La mia famiglia ed io - conclude - vorremmo che questa storia andasse a buon fine, non solo nell’interesse di mia madre, ma anche delle tante persone che purtroppo convivono con questi problemi.”

Manuela Zoccola

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