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A Roatto una copia della Stele
di Nettuno? «Stiamo valutando»

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Articolo pubblicato il 14/10/2015 alle ore 12:00.
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La Stele di Nettuno, rinvenuta a metà Ottocento a Roatto
In occasione del doppio appuntamento culturale promosso da Comune e Pro loco nel parco del castello di Roatto e, in particolare, della presentazione del libro "Pennellate di memoria" di Armando Brignolo, si è tornati a parlare della Stele di Nettuno. Il libro, accanto alle vicende legate alla statua di Santa Radegonda, patrona di Roatto, fa riferimento al comune del nord astigiano anche in relazione a questa preziosa stele di epoca romana, con ogni probabilità risalente al II secolo d.C., dedicata a Nettuno, e rinvenuta nel territorio di Roatto nel 1850 dal conte Carlo Boncompagni, all'epoca solito trascorrere le vacanze ospite dei proprietari del castello.

«Dopo il ritrovamento, nei pressi di una deviazione della vicina via Fulvia (grossomodo dove oggi passa la provinciale che collega Roatto e Montafia), il conte Boncompagni aveva trasferito la stele prima a Montafia, nella corte del castello del principe Francavilla e, successivamente, a Torino, dove, diversamente da quanto riporta Brignolo, non è mai stata murata nella facciata del palazzo dell'università, ma bensì custodita prima all'Accademia delle Scienze e poi spostata al Museo delle Antichità di via XX Settembre, e qui tutt'ora esposta al pubblico», spiega il sindaco Bruno Colombo. «Recentemente, insieme al vicesindaco Valerio Capitolo, al presidente del locale circolo Legambiente Angelo Porta e al dottore Marco Fasolio, ho incontrato la direttrice del Museo delle Antichità, la dottoressa Pantò, per vedere la stele e approfondirne la storia. Insieme a lei e alla dottoressa Pattiti -– prosegue il sindaco -– stiamo valutando la possibilità di creare una riproduzione del manufatto, da esporre in paese per ricordare agli abitanti una parte così importante della loro storia».

Nel frattempo, sempre grazie alla preziosa collaborazione della direzione del museo, proseguono le ricerche per ricostruire con maggiore precisione gli eventi legati al ritrovamento e al successivo trasferimento a Torino della stele. Le poche notizie di cui ora si ha conoscenza, si basano infatti sull'osservazione delle iscrizioni ancora rintracciabili nel frammento di 48X35X102 cm, "NEPTUNO SAC[ERDOS] /L[UCIUS] GESSIUS / OPTATUS" e "L[AETUS] L[IBENS] M[ERITUS]", tra le quali una scena in bassorilievo riproduce il sacrificio di un toro al dio Nettuno, cui partecipano un uomo togato, forse lo stesso Lucio Gessio Optato, e altri tre sacerdoti, e sulle indicazioni contenute nei volumi manoscritti del XVIII secolo del Bagnolo e del Bartoli, riportate nel "Corpus Inscriptionum Latinarum", edito nel 1877.

Marzia Barosso

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