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Medici a confronto all’Università
sulla labiopalatoschisi

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Articolo pubblicato il 26/03/2015 alle ore 07:00.
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L'importanza della diagnosi prenatale e della prevenzione
Il suo nome medico è labiopalatoschisi, ma quello comune con il quale è conosciuta questa malformazione è "labbro leporino". Colpisce un neonato ogni 600 e nella maggior parte dei casi è diagnosticabile in gravidanza all'ecografia morfologica. Quello che la gente non conosce è che non si tratta solo di un problema estetico, per quanto impattante, ma di una malformazione che incide profondamente anche sulla salute, soprattutto dei neonati. A raccontare il calvario di una famiglia con un bimbo colpito da labioplatoschisi è Rosaria, madre di Nicolas e fra le referenti astigiane di Amici di Magù, associazione di genitori.

«Per quasi tutti i neonati con questa malformazione è impossibile l'allattamento al seno perchè non riescono a succhiare. Si usano biberon speciali. E poi subito subentrano difficoltà nella deglutizione, respirazione molto complicata e digestione disturbata». Con il passare degli anni i piccoli si trovano a fare i conti con la loro malformazione su due diversi fronti: da una parte il confronto con gli altri bambini e l'emarginazione per l'aspetto deformato della bocca, dall'altra le cure specifiche e gli interventi programmati per ridurre la malformazione.

«Non si può generalizzare, ma le tappe comuni sono un primo intervento intorno agli 8 mesi del palato molle con chiusura del labbro, la chiusura del palato duro a 2 anni e mezzo circa, mentre a 8/9 anni si procede all'innesto osseo sull'arcata dentaria e verso i 18 anni l'intervento al naso. Senza contare eventuali interventi di chirurgia estetica. E continue lezioni da logopedisti competenti» sintetizza Rosaria. Il suo compito è quello di tenere i contatti con le altre famiglie con bambini e ragazzi colpiti da labiopalatoschisi e sostenere quelle con i nuovi nati. Per parlare della diagnosi e della cura di questa malformazione è stato organizzato un importante convegno venerdì, da mattino a sera, all'università di Asti.

Daniela Peira

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