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Massimo Mucchetti: "La forza delle banche locali è la vicinanza al cliente"

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Articolo pubblicato il 29/02/2016 alle ore 07:00.
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Massimo Mucchetti
A) La tempesta borsistica che si sta scatenando sui titoli, soprattutto bancari, è conseguenza del cattivo stato di salute delle banche per via delle sofferenze o può nascondere anche speculazioni internazionali mirate a svalutare le nostre banche per poi acquistarle a prezzo di saldo?
a- La caduta verticale delle quotazioni delle banche fa il paio con quella delle quotazioni di imprese di altri settori, per esempio di Fca. In entrambi i casi la flessione globale delle Borse, dovuta a tante ragioni che non staremo qui a riprendere, in Italia è più forte che all’estero. In parte perché in precedenza alla Borsa di Milano c’erano stati rialzi più sostenuti e in parte per la debolezza percepita del nostro sistema bancario. Questa debolezza deriva da tre fattori principali: a) il peso della recessione più lunga che altrove e l’inconsistenza della ripresa aumentano i crediti deteriorati;
b) la ponderazione degli attivi per il rischio, da cui dipendono i requisiti di capitale richiesti dalla Vigilanza unica, considera in modo rigoroso il credito commerciale, mentre ancora non misura gli attivi finanziari, specialmente i derivati, e non lo farà per molto tempo così favorendo le banche dell’Europa non mediterranea che sono più esposte sui mercati finanziari rispetto a quelle mediterranee, rispetto a quelle e italiane in particolare, più esposte verso l’economia reale;
c) la regolazione europea e italiana, che fino al 2008 avallava requisiti di capitale modesti per migliorare il ritorno dei capitali investiti ai fini delle quotazioni di Borsa delle banche, ha compiuto una inversione a u e ormai chiede mezzi propri sempre più elevati, talmente elevati da domandarsi come possano essere remunerati con tassi così bassi se non con radicali tagli del personale e, di nuovo, con la speculazione finanziaria. Non a caso, in questi giorni, la Goldman Sachs suggerisce un nuovo ciclo di fusioni per poter realizzare ulteriori economie di scala. Un suggerimento in linea con l’orientamento delle banche centrali ormai dimentiche delle preoccupazioni suscitate dal too big to fail. Ma c’è un altro fattore che indebolisce le banche italiane e, più in generale, europee. È il bail in. Durante il governo Letta la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia cercarono di negoziare condizioni migliori. Come sapete, dal 2016 l’intervento del fondo di garanzia dei depositi nella risoluzione delle crisi bancarie è possibile solo previa partecipazione ai costi del fallimento non solo dei soci ma anche dei detentori delle obbligazioni subordinate e di depositi superiori ai 100 mila euro. L’Italia tentò di ottenere una certa gradualità nell’entrata in funzione del regime del bail in, per esempio esentando le obbligazioni subordinate già in essere perché emesse con le vecchie regole e non con le nuove.... Si tentò di correlare il bail in alla costituzione effettiva del fondo europeo di garanzia dei depositi. Tentativi vani. Stiamo parlando della seconda metà del 2013 e dei primi del 2014. Il Governo Letta e la Banca d’Italia avrebbero dovuto porre con forza la questione di fronte al Paese e al Parlamento. Ma pure il Governo Renzi è rimasto silenzioso per quasi due anni, ha dato esecuzione senza fiatare a ogni cosa e ora scopre il pericolo. Ma lo solleva in modo generico, soprattutto a fini di polemica interna. In Europa si è inchinato alle burocrazie sulla questione del salvataggio delle 4 piccole banche, l’Etruria e le altre, accettando l’entrata in vigore de facto del bail in anche prima del 2016. È ora nel documento per il Consiglio europeo non fa cenno al bail in ma alla flessibile dei conti pubblici.....dice che porrà il veto sull’idea tedesca di considerare i titoli pubblici dell’Eurozona non più privi di rischio, quando, se la memoria non mi tradisce, i criteri di ponderazione degli attivi tocca alla BCE, la cui autonomia dai governi è tutelata dai Trattati.... La vedo assai difficile. Questa idea tedesca viene posta dai tedeschi in relazione al fondo europeo di garanzia dei depositi: se resisto su quella non avrai il fondo. Ma subire il gioco sui titoli può avere effetti gravissimi sulle banche e sulle assicurazioni italiane, e a catena sull’economia reale. Ma non la si contrasta, questa idea tedesca, a parole. Ci vogliono idee e capacità di far convergere gli interessi...... Forse dovremmo anche metterci nei panni di un investitore globale e chiederci: è preferibile investire in banche dove, se va malissimo, interviene lo Stato - magari perché una volta rifatti per bene i conti, costa meno del bail in - o investire in banche che possono fallire, sia pure in modo sedicente ordinato?
In questo contesto, è possibile che gli hedge fund di turno abbiano speculato, per esempio, contro il Monte dei Paschi. Ma non credo ai complotti. Non c’è una Spectre. Per innescare certe tendenze speculative bastano le decisioni delle banche centrali e dei governi.

B) Che cosa ne pensate del fatto che Bankitalia, che vigila sul sistema bancario italiano, a sua volta abbia come azionisti le stesse banche controllate? E’ un problema solo di Bankitalia o è anche di altre banche centrali?
E’ una situazione ambigua, che non si riscontra nella maggior parte delle altre banche centrali. Ma credo anch’io che questo oggettivo conflitto d’interessi non abbia influenzato le decisioni della Banca d’Italia. La quale ha fatto bene o male per esclusivo merito o demerito del vertice suo. Del resto, la nomina del governatore e del direttorio avviene attraverso procedure che escludono i signori partecipanti, come vengono chiamati i rappresentanti delle banche e delle assicurazioni che detengono le quote del capitale della Banca d’Italia.

C) Perché il capitale sociale della Banca d’Italia è di soli 156.000 euro fermi dal 1936?
In realtà, con la riforma approvata ai primi del 2014 il capitale è stato rivalutato a 7,5 miliardi. Si tratta di un valore equitativo deciso dal governo Letta sulla base di un rapporto stretto con la Banca d’Italia. Una tale rivalutazione non si radica in modo indiscutibile nei conti della banca centrale. Sulla base del reddito storicamente disponibile per i detentori delle quote di capitale della Banca d’Italia, la rivalutazione avrebbe dovuto essere assai più modesta, tra 1 e 3 miliardi. Sulla base del patrimonio netto rettificato per i fondi prudenziali, avrebbe raggiunto i 25 miliardi. Se avessimo dovuto considerare anche le plusvalenze sulle riserve auree, avremmo dovuto ulteriormente aumentare, e di molto, i valori. Il governo decise quella cifra  7,5 miliardi, con l’avallo di via Nazionale, allo scopo di consentire alle banche, a Intesa Sanpaolo e a Unicredit specialmente, di rivalutare le quote per alcuni miliardi e di versarne un paio al Tesoro a titolo di imposta sulla rivalutazione, essenziali, questo due miliardi, per finanziare l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, peraltro sostituita da altre imposte. La legge ha posto un limite del 3% al possesso delle quote. Intesa e Unicredit, Generali, INPS devono vendere. Ma le quote sono un titolo ambiguo: un titolo che presenta i rischi delle azioni quanto al rendimento, ma senza i diritti di governance tipici delle azioni, e dunque, sotto questo profilo, simile a un’obbligazione. Per questa ragione, il tempo passa ma solo pochissime quote sono state rilevate da soggetti terzi, tra cui la cassa previdenziale degli architetti. Si voleva costruire un mercato delle quote. Ma questo mercato non funziona. Dunque vedremo come i revisori valuteranno la loro appostazione nei bilanci bancari, ovvero la rivalutazione stessa delle quote. Colgo l’occasione per dirvi che questa riforma delle quote poteva offrire l’occasione per mettere le risorse patrimoniali che la Banca d’Italia ha in eccesso, almeno 15 miliardi, al servizio di obiettivi di carattere generale, e dunque utili al Paese, da porre al sistema bancario quotista della banca centrale. Voglio dire: la rivalutazione avrebbe potuto essere anche più generosa e più concreta - la Banca d’Italia avrebbe potuto ricomprarsi le quote dalle banche - vincolandone l’uso alla creazione di una bad bank e/o di una banca consortile di credito industriale. L’occasione non è stata colta nè dalla Banca d’Italia nè dal Governo Letta nè dal Pd che si era appena fatto renziano.

D) Si parla molto in questo momento di Bad Bank. Mi piacerebbe conoscere il parere degli esperti circa l’inserimento nella Bad dei crediti “In Bonis”. Forse la domanda è fuori tema ma approfitto dell’occasione.
Nella bad bank autorizzata dalla Commissione Ue non vanno i crediti in bonis e nemmeno quelli deteriorati di peggior qualità. Il progetto di bad bank, che si potrà avvalere della garanzia pubblica, riguarda solo i crediti deteriorati senior, e cioè quelli con più elevate probabilità di essere rimborsati. Questo accordo male non fa, ma nemmeno un gran bene, dato che il problema grave è costituito dai crediti peggiori.

E) Come faranno le banche del territorio a fare fronte alla concorrenza dei Grandi Gruppi? Che potere effettivo ha ancora la B.I. in Italia?
Le banche locali sono utili, come dimostra l’esperienza tedesca. La concorrenza delle banche maggiori esiste ormai da anni e non ha impedito alle minori di guadagnare quote di mercato. La carta vincente delle piccole banche è la vicinanza al cliente ma questo è anche il loro rischio se la vicinanza condiziona la valutazione del merito di credito ai rapporti personali.
Il potere delle banche centrali nazionali va via via calando in forma diretta mentre aumenta quello che possono esercitare in seno alla Bce. Chi sta a Francoforte, tuttavia, non dovrebbe operare come rappresentante di un Paese ma come membro di un’Unione. Miracoli ed equilibrismi delle alte burocrazie, più semantici che reali, si dirà. Miracoli, equilibrismi ma spesso anche sudditanze psicologiche al cosiddetto pensiero unico ovvero all’ansia delle persone che, avendo alle spalle un paese debole, possono pensare di reggere la propria posizione accodandosi ai Paesi forti. Gli stress test fatti dopo la crisi dei titoli di stato come se quella crisi fosse ancora in atto, imposti dalla European Banking Authority presieduta da un italiano. Stress test che obbediscono a una logica che vediamo ora riaffiorare nel tentativo tedesco di superare l’appostazione dei titoli di stato dell’Eurozona quali titoli risk free.

F) Se le regole sono sempre uguali (stessi interessi, stesse coperture e garanzie, stesso livello di rischio) che siano private, Cr., B.P., Statali ecc… ecc.. non cambia nulla. Se invece c’è libera contrattazione c’è corruzione, è inevitabile.
Se ben capisco, lei vuol dire che se c’è contrattazione sulle regole si dà spazio alla corruzione. Distinguerei: nella formazione delle regole, i portatori di interessi fanno sentire la loro voce, il regolatore ascolta e poi decide in autonomia avendo per bussola l’interesse generale quale deve essere interpretato in base alla legge. Ma a parer mio al corruzione trova sempre il modo di insinuarsi. Le regole non possono sostituire la dirittura morale delle persone.

G) Interessi: nazionali, del territorio, politici, di categorie organizzate, di lobbyes, di gruppi e alla fine “interessi privati”: gli amici che contano!
Gli interessi esistono e, se esercitati nell’ambito della legge, vanno bene. Sta alla politica fare sintesi libere e oneste avendo per orizzonte l’interesse generale.

H) Draghi lo scorso giugno in un intervento, ha spiegato che i Consigli di Amministrazione bancari e delle Fondazioni, sono un numero enorme rispetto al numero reale delle imprese del credito. Un peso sostenibile dal sistema?
Non ricordo con precisione le parole di Draghi. Possono esserci consigli pletorici. Anzi, ci sono. Non  di rado i gettoni non sono collegati alla quantità e alla qualità dell’impegno  professionale profuso. Ma il loro costo è comunque irrisorio rispetto all’ammontare dei dividendi straordinari che talvolta vengono erogati per ottenere il consenso degli investitori di breve periodo che, tuttavia, possono sostenere il titolo per un periodo e favorire l’amministratore delegato di turno.

I) Le banche italiane sono da tempo egemonizzate dalla sinistra. Quando vanno male, come il Monte dei Paschi di Siena, è dovuto all’inesperienza, alla distanza psicologica, della sinistra, con il denaro? Insomma, un socialista, un comunista, può gestire il cuore del capitalismo?
Uscirei da questi schemi. Lo consigliano la storia italiana e i confronti globali. Il sistema bancario italiano non è mai stato gestito da comunisti. Fino agli anni Novanta le nomine nelle banche pubbliche, che rappresentavano l’80% o anche più del sistema, le faceva il governo. La stragrande maggioranza dei banchieri e’ stata per decenni democristiana, anche il Monte dei Paschi era diretto da fanfaniani. Nelle banche private prevalevano i banchieri espressione della borghesia cattolica delle professioni con significative eccezioni laiche, vicine al Partito repubblicano e al Partito liberale, in Mediobanca e alla COMIT. È’ una sintesi davvero di massima, dimentico certamente molte eccezioni. Ma di comunisti al vertice delle banche non ne ricordo. È con le privatizzazioni che banchieri vicini ai Ds sono arrivati al vertice del Monte dei Paschi. I Passera e i Profumo che vanno ai banchetti delle primarie parodia e non possono certo dirsi comunisti.... Certo, al Monte dei Paschi i banchieri vicini all’ex Pci hanno fatto male. Uno dei maggiori fondi di private equity italiani e diretto dal figlio dello scomparso senatore Cossutta, comunista ortodosso. Dunque, lascerei perdere la caccia alle streghe partitiche: Sindona era esaltato da Andreotti, Calvi dal Vaticano... E questi due, mi creda, furono peggio di Mussari o di De Bustis... D’altra parte, per un’ironia della storia, il Paese che ha avuto la crescita più forte negli ultimi 30 anni è la Cina, una dittatura comunista sia pure esercitata nel Paese di Confucio.

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