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Intervista a Don Dino Barberis

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Articolo pubblicato il 17/11/2016 alle ore 10:47.
Intervista a Don Dino Barberis 2
Intervista a Don Dino Barberis, parroco di San Domenico Savio

Diventato sacerdote nel 2000, Don Dino ha trascorso gli ultimi  quindici anni a San Domenico Savio, una delle parrocchie più popolose di Asti. Nonostante i numerosi impegni, ci ha dedicato un’oretta del suo tempo e ci ha raccontato un po’ di lui, della sua vita e dei suoi passatempi. Lo abbiamo incontrato in canonica.

 Quanti anni avevi quando sei entrato in seminario?

Sono entrato in seminario all’età di trent'anni.

 Puoi raccontarci brevemente dei tuoi studi?

Ho frequentato il liceo linguistico “Ugo Foscolo” di Asti, poi mi sono iscritto al corso di Sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino e dopo la laurea ho iniziato a lavorare. Contemporaneamente mi sono iscritto al corso di laurea in Filosofia, sempre a Torino, e prima di laurearmi sono entrato in seminario dove ho completato gli studi in Filosofia e ho preso la laurea in Teologia.

 Sei a San Domenico Savio ormai da quindici anni. Qual è stato il tuo primo incarico e che rapporto hai oggi con i tuoi parrocchiani?

Appena ordinato sacerdote, nel 2000, sono stato mandato a Villafranca d’Asti con l’incarico di vice-parroco e lì sono rimasto per circa un anno; nel 2001, sempre come vice-parroco, sono stato trasferito qui a San Domenico Savio e dal 2008 sono diventato parroco. Ritengo di avere un bel rapporto con i miei parrocchiani: le visite periodiche che faccio alle famiglie mi aiutano sicuramente ad instaurare un buon legame con loro, confermato poi dalla collaborazione che spesso mi dimostrano quando è il momento di organizzare attività o eventi nell’ambito della parrocchia.

 Qual  è l’esperienza più divertente vissuta in parrocchia?

L’esperienza più divertente è mettere d’accordo i collaboratori quando litigano tra di loro: la cosa mi fa divertire, perché di solito le persone se la prendono per cose secondarie e poco importanti, si arrabbiano per nulla. Così a volte, nel tentativo di sdrammatizzare e metterli d’accordo, chiedo loro: “Ma se riuscite a litigare qui in parrocchia, chissà cosa fate nella vita di tutti i giorni…!”

 E l’esperienza più impegnativa?

L’esperienza più impegnativa è sicuramente la benedizione delle famiglie, perché implica un lavoro preventivo di organizzazione per riuscire a trovare tutti disponibili a casa; ognuno ha i suoi orari legati al lavoro e poi c’è molto ricambio, molta gente che si trasferisce e pertanto c’è spesso bisogno di fare un aggiornamento della situazione. E’ un lavoro che dura quasi tutto l’anno per due ore al giorno,  pensate che in questa parrocchia vivono circa tremila famiglie; per questo motivo sospendiamo la benedizione solo nel periodo delle vacanze di Natale e nelle vacanze estive.

 Ti è mai capitato di rimanere a corto di idee in una predica? Hai un segreto per catturare l’attenzione dei fedeli?

Non mi è mai capitato di rimanere senza parole. Il segreto? E’ tutto scritto nel Vangelo. Partite dal presupposto che il sacerdote non deve insegnare ad una classe o dare spettacolo per attirare l’attenzione della gente e non gli viene nemmeno chiesto di esprimere le sue idee: chi è lui infatti per imporre il suo modo di pensare? Per preparare l’omelia, questo è il suo termine tecnico, bisogna leggere bene il Vangelo durante la settimana e chiedersi prima di tutto che cosa dice di significativo per noi stessi; poi, conoscendo un po’ i propri parrocchiani, bisogna cercare di immaginare ciò che di significativo potrebbe dire alla gente. Una volta colto il messaggio della Parola di Dio, diventa facile per tutti rimanere ad ascoltare.

 Durante la tua vita hai fatto qualche viaggio che ti ha colpito particolarmente?

I viaggi che più mi hanno colpito sono quelli fatti da giovane in Brasile e in India insieme al vice parroco della mia parrocchia natale. Laggiù ho conosciuto tante persone che affrontano enormi difficoltà nella vita di tutti i giorni e quelle esperienze hanno lasciato in me il segno. Ultimamente invece sto facendo il cammino di Santiago di Compostela, un percorso lungo 800 chilometri che parte dalla Francia e arriva a Santiago in Spagna. Ogni anno ne percorro un pezzettino e, camminando, ho occasione di conoscere persone provenienti da diverse parti del mondo e condividere con loro la stessa esperienza. Dal punto di vista paesaggistico invece mi hanno colpito l’Islanda, la Scozia e il Galles: i paesaggi più belli li ho visti sicuramente lì.

 Qual è il tuo passatempo preferito?

A dire il vero ho diversi passatempi: mi piace suonare il pianoforte, leggere, correre, nuotare, fare i cruciverba e cantare nel coro della parrocchia.

 Hai già incontrato papa Francesco?

No, mai personalmente, ma sono stato in piazza San Pietro come tanti di noi e l’ho visto da lontano.

 Che programmi hai per il tuo futuro? Ti è mai venuto in mente di fare un'esperienza come sacerdote missionario?

Per il futuro non ho particolari progetti. È il vescovo che decide per me. Per quanto riguarda le esperienze missionarie, ci avevo pensato all’inizio del mio sacerdozio, ma adesso preferisco che sia il vescovo a decidere del mio futuro; quando si diventa sacerdoti si promette obbedienza al vescovo, per cui si devono accettare le sue decisioni. Se un giorno lui deciderà di farmi fare un’esperienza in una missione, per me andrà bene, diversamente andrò sempre dove lui riterrà più opportuno ovvero dove ci sarà più bisogno di me.

 Abbiamo lasciato don Dino, soddisfatti per la bella chiacchierata, convinti di aver imparato qualcosa in più sul  suo singolare lavoro.

 

Classe II A: Loris Gasparin, Giulio Pastrone, Klay Pettinato, Matteo Robella

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